Intervista al TTB

di Rosamarina Maggioni e Marta Naldi

Per il numero di questo mese, abbiamo pensato di fare qualche domanda a chi con le maschere e le trasfigurazioni ha a che fare tutti i giorni: abbiamo contattato il Teatro Tascabile di Bergamo, un gruppo che dal 1973 svolge attività di teatro-laboratorio sviluppando la ricerca intorno al teatro in spazi aperti, al teatro-danza orientale, alla pedagogia ed alla drammaturgia dell’attore. Le domande sono state poste a Beppe Chierichetti, uno dei fondatori del TTB.

Altro: Quella dell’attore è una figura antica e radicata nella cultura dell’uomo ma, se si dovesse descriverlo, chi è l’attore e quale è la sua funzione?

TTB: La funzione dell’attore è quella di rappresentare qualcosa, sia esso veritiero o fittizio, ad un pubblico che ascolta, vede e percepisce ciò che gli viene proposto. L’arte dell’attore di teatro consiste sostanzialmente nel destare e modellare l’attenzione del pubblico. É lui il maestro dello sguardo dello spettatore. L’insieme dei procedimenti con i quali l’attore modella la propria presenza, e quindi l’attenzione del pubblico, crea nel corpo dell’attore una sorta di “seconda natura” 

A: Come si relazionano i sessi degli attori e quelli dei personaggi da interpretare all’interno del teatro?

T: Che il sesso dell’attore o dell’attrice debba di regola coincidere con quello del personaggio è una convenzione moderna europea. È evidente che, essendo il corpo dell’attore o dell’attrice un “corpo finto”, ricostruito ad arte nei criteri base del suo comportamento, tale finzione o artificio non ha necessità alcuna di legarsi alla reale natura del sesso di chi l’esercita. Tuttavia storicamente è spesso successo che il sesso femminile non venisse ammesso alla professione, come nel teatro elisabettiano dove le donne erano escluse per ragioni extra-artistiche, in nome della pubblica moralità e del pudore loro imposto. Così i ruoli femminili venivano interpretati da giovani maschi, come per altro avviene ancor oggi in alcuni grandi teatri d’Oriente.

A: Che ruolo ha la musica all’interno delle rappresentazioni teatrali?

T: La relazione musica–attore è fondamentale ed anche i padri fondatori del teatro contemporaneo ne hanno avuto l’intuizione. Lo stesso Stanislavskij, fondatore del suo celebre “metodo”, proponeva già come un’ipotesi di lavoro lo sfruttamento della capacità di coinvolgimento che il tempo-ritmo delle azioni può avere sul sistema psicofisico complessivo dell’attore: è quella che chiamò poi “la linea delle azioni fisiche”.

A: Vedete l’atto del recitare come un modo per liberarsi dalla maschera sociale che ognuno di noi finisce per avere?

T: Certamente l’arte è un veicolo che ci può condurre in qualche parte di noi che abbiamo dimenticato di possedere: talvolta può essere un processo doloroso ma è la sola via per ri-trovare se stessi. E così vivere al meglio il proprio tempo in questo mondo. 

A: Quale è il motivo per cui si recita secondo voi?

T: Molti attori sono convinti che la recitazione sia il tentativo di ognuno di fuggire paura e solitudine, ma naturalmente è una domanda a cui chiunque potrebbe rispondere diversamente.

A: Riuscireste a descrivere a chi di recitazione non se ne intende la sensazione che si prova nel momento della rappresentazione di un’opera teatrale?

T: Quando la struttura coreografica costruita è pienamente eseguita dall’attore, ovvero ritmo e melodia coincidono perfettamente, è come se nascesse nel corpo dell’attore una forza sconosciuta, come se qualcuno ci guidasse, qualcuno che non sappiamo chi sia, forse il Maestro. Non è il personaggio, non è l’angelo custode: è qualche cosa che va oltre verso una dimensione metafisica. É il supremo piacere che l’artigiano prova quando ha compiuto tutti i passaggi tecnici necessari a rivelare la sua arte. É pura felicità.

A: La tradizione teatrale influenza le esperienze più moderne?

T: Tradizione deriva dal latino tradere, il cui significato è quello di trasmettere/tradire. L’atto stesso della trasmissione implica che vi sia qualcosa che permane, ma anche qualcosa che si modifica. L’attore, come qualunque artista, attinge al fiume della tradizione, che è quel processo vivo di trasmissione che implica la permanenza e la trasformazione. Tuttavia, il suo lavoro ha una specificità: il carattere effimero dell’evento spettacolare, che fa sì che la sua opera resti soltanto nella memoria degli spettatori oppure nella trasmissione diretta delle sue tecniche agli attori più giovani.

In questo rapporto fra le eredità che si accumulano nel corpo e le varianti dell’arte personale, l’attore costruisce il suo mestiere. Mestiere che risulta essere l’esecuzione davanti allo spettatore di una partitura che prevede il rispetto di una struttura formale e l’espressione della propria soggettività.

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