Il prigioniero speciale

di Brian Arnoldi

13 novembre 1703

Sono le cinque del mattino e le guardie sembrano agitate. Pare che stanotte sia persino arrivato qui, alla Bastiglia, il Re in persona, o quantomeno un suo emissario. Non sappiamo cosa sia successo e probabilmente le guardie non ce lo diranno mai, ma penso che l’odore proveniente dalla cella accanto alla mia sia un ottimo indizio. Il prigioniero speciale è morto, e le guardie si stanno organizzando per portarlo via in gran segreto: evidentemente qualcuno, ai piani alti, non vuole che si sappia della sua dipartita. Peggio, qualcuno ai piani alti vuole che si conosca la sua identità. Il prigioniero speciale ha sempre indossato una maschera di ferro: la teneva giorno e notte e negli ultimi sei anni (tanti sono quelli che ho passato rinchiuso qui dentro per aver tentato di derubare un mercante) non l’ho mai visto in faccia, né tantomeno lui ha mai provato a parlare con me o con gli altri detenuti. Questo forse anche perché nessuno di noi osava avvicinarsi: era sempre accompagnato da una o due guardie, che con lui mantenevano un atteggiamento di riverenza, quasi come se ne avessero paura. Non solo: la Maschera di Ferro aveva anche diritto a pasti extra, a cibo di qualità, a tenere libri e giornali in cella ed aveva persino un liuto, che suonava regolarmente, quasi come se volesse farci dimenticare di essere imprigionati in un posto da cui probabilmente non saremmo usciti mai più. Adesso però è morto: nessun trattamento di favore l’ha potuto salvare stavolta.

4 maggio 1717

Stamattina ho parlato con un detenuto particolare: si vedeva chiaramente che non si trovava a suo agio vicino a me, che si sentiva lontano dai posti che frequentava di solito. Non mi ha mai detto il suo vero nome, ha sempre usato lo pseudonimo di Voltaire, e mi ha spiegato di essere stato incarcerato per aver scritto dei versi satirici contro il Re. Era un intellettuale, o almeno si reputava tale, e diceva di frequentare abitualmente le case dei ricchi. Inutile dire che avrebbe fatto meglio a stare zitto: dopo due giorni di permanenza alla Bastiglia era già stato conciato male tanto dalle guardie quanto dagli altri prigionieri. Stamattina però mi si è avvicinato e mi ha chiesto cosa sapessi sulla Maschera di Ferro. Al momento non capii cosa mi stesse chiedendo, ma poi ricordai del prigioniero speciale, del suo liuto e di come la sua morte avesse messo in subbuglio tutta la prigione. Gli racontai quello che sapevo e lui mi disse che da quella storia avrebbe tratto un racconto: mi invitò persino a cercarlo nelle librerie, quando sarei uscito di prigione. Non aveva capito nulla: grazie ad un cospicuo pagamento alla polizia, il signor Voltaire uscì di prigione un paio di giorni dopo la nostra chiacchierata, mentre io lo salutavo da dietro alle stesse sbarre che avevo stretto tra le mani per vent’anni.

Jean Vidocq

29 gennaio 1847

Stamattina ho trovato questo diario girovagando con amici per le botteghe antiquarie di Montmartre, ed a quanto ho capito è uno di quei cimeli che i nostri padri hanno trafugato quasi cinquant’anni fa, quando hanno assaltato la Bastiglia. Leggendolo ho capito di aver per le mani qualcosa di importante, una storia intrigante che nessuno finora aveva mai svelato: neanche Voltaire, che la conosceva, ha mai trovato il tempo di metterla per iscritto, o forse non ha mai creduto per davvero alle parole di Vidocq. La lettura del diario però ha fatto nascere dentro di me un interrogativo: chi si celava dietro la Maschera di Ferro? Qual era la sua storia?

Alexandre Dumas

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