Giocare con le maschere

«Con Leticia e Holanda andavamo a giocare sui binari del Central Argentino nelle giornate calde, aspettando che mamma e zia Ruth cominciassero la loro siesta per scapparcene via dalla porta bianca». E fin qui, questo incipit non ci turba più di tanto (il “ci” riguarda “noi lettori”, noi incantati lettori di Cortazar, del Cortazar di Fine del gioco che possiamo leggere nell’edizione dei Racconti completi pubblicati a cura di Ernesto Franco). Ragazzine che fanno un gioco tra i più comuni, indossare abiti non loro e mettersi in posa, mentre gli adulti dormono. Giochi innocenti: qui nella variazione di tre sorelle che, così agghindate, si mettono in mostra lungo la scarpata come statue davanti al passaggio del treno che rallenta. Grazie al travestimento finiscono per irretire, catturare quasi, la corsa dei convogli: divenute “personaggi” attirano su di sé lo sguardo dei passeggeri. Non dimentichiamo che, nella lingua latina, “persona” era la maschera che ricopriva il volto dell’attore e che serviva a segnalarne il ruolo agli spettatori: dalla cavità della maschera la voce per-sonava, cioè ri-suonava passando attraverso (per). 

Ma cosa capita quando si diventa “personaggio”? La storia di Leticia, una delle tre “in maschera”, racconta che, essendo di natura cagionevole e malaticcia, riesce in questo modo ad attrarre un pendolare che le si dichiarerà, gettandole dal treno in corsa un bigliettino. Da quel giorno entrambi entreranno in una comune dimensione governata dall’immaginario, quella degli innamorati: eden di delizie o camera di torture, ma comunque in ogni caso luogo spostato dal reale, regno posto sotto la giurisdizione di un Eros che tutto travolge e che rende maschere, burattini mossi in territori ultra-terreni. 

Del resto già nel XIII secolo la sapevano lunghissima, in materia di slittamenti tra realtà e finzione, i poeti della Scuola Siciliana come Jacopo da Lentini, che nel suo Meravigliosamente descriveva l’amore come incontro tra immagini, in un gioco di spostamenti provocato dalla sua potenza che rende l’innamorato capace di “costruirsi” una maschera dell’altro, a proprio uso e consumo: 

«così, bella, facc’eo,
che ’nfra lo core meo
porto la tua figura.

In cor par ch’eo vi porti,
pinta come parete»

Del resto, non dobbiamo stupirci se proprio dalla letteratura ci giungono gli echi più insistenti di questa attitudine dell’uomo a diventare altro da sé: i più seducenti personaggi letterari attraggono il lettore nei loro territori e gli fanno per un po’ provare l’illusione di delocalizzarsi, di praticare quel “come se”, quella smemoratezza del grigiore quotidiano, come direbbe il  Pennac di Come un romanzo: «Oh il ricordo di quelle ore di lettura rubate sotto le coperte alla luce di una torcia elettrica! Come correva Anna Karenina verso il suo Vronskij in quelle ore della notte! Si amavano, quei due, ed era già bello, ma si amavano contro la proibizione di leggere e questo era ancora più bello! Si amavano contro mamma e papà, si amavano contro i compiti di matematica da finire, contro l’esercizio di francese da consegnare, contro la stanza da mettere in ordine, si amavano invece di andare a tavola, si amavano prima del dolce, si preferivano alla partita di calcio e alla raccolta dei funghi… si erano scelti e si preferivano a tutto… Dio, che passione!»

Insomma, che sia amore, che sia lettura, la maschera permette di andare altrove. Forse per vincere la paura di un Altrove da dove, invece, non è possibile tornare (non è certo un caso che la parola latina “larva” significhi “maschera teatrale” ma anche “fantasma”).

E allora ben venga il gesto di mettersi la maschera, a intermittenza; per poter scegliere, poi, di togliersela ancora.

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