Due cose su di me

di Arlecchino

Non saprei individuare il momento in cui ho iniziato. Probabilmente lo faccio da sempre. È una sorta di disturbo ossessivo-compulsivo. Di ogni parola e di ogni azione mi chiedo: “Ma questo sono io? Lo penso davvero? Perché lo dico? Perché lo faccio? Devo impressionare? Cosa devo dimostrare? Non è che sono solo una maschera?”

Ricordo una volta, durante le scuole medie: ci avevano portati nello studio di un collezionista di immagini di satira politica. Migliaia di caricature, grottesche e no, da tutte le parti. Me ne ricordo però solo una: Giolitti o Cavour, non ricordo, si toglieva una maschera, e dietro si intravedeva lo stesso volto, con un sorriso sardonico stampato addosso. Dietro la nuova maschera non c’era però un volto, ma solo altre maschere, come quelle ormai già mostrate, buttate sul pavimento. Ecco, ricordo di aver pensato, più o meno confusamente, che il vignettista dovesse ben aver le palle se con la scusa di una vignetta svelava il segreto di tutti. Perché a volte, guardando delle foto, ricordo cosa pensavo nel momento dello scatto e no, non lo si vede da nessuna parte. 

Il problema non è solo il volto però. Il problema è tutto, ogni azione. Abbiamo del tutto interiorizzato il fatto che la reazione della nostra identità dipende da altri e più inconsciamente ci muoviamo per essere riconosciuti come vogliamo noi. Come forse vogliamo noi, perché non siamo mai del tutto sicuri; forse non lo vogliamo ma lo vogliono gli altri, anche se sono nella stessa situazione.

A volte guardiamo i nostri amici e non possiamo fare a meno di pensare che facciano qualcosa solo per impressionare, solo per insicurezza, e la cosa fa incazzare, provare pietà, incazzare lo stesso e poi ci fa rendere conto che noi siamo la stessa cosa per gli altri. Ecco allora il mio problema: cosa devo fare perché quello che faccio non sia fatto solo per arrivare in qualche modo agli altri?

Ovviamente mi chiedo anche se voglio tutto questo perché non so giocare al gioco delle maschere; li vedo quelli che sono a loro agio, che indossano la maschera giusta in ogni momento e che forse non indossano nemmeno nessuna maschera.

L’ossessione della maschera insomma mi accompagna da un bel po’; l’unica cosa che ormai ho capito è che va bene così, e se dietro ci sono solo maschere va bene lo stesso. Se davvero sono solo una maschera, almeno che sia una di quelle che sorride.

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