Al ballo mascherato

di Francesco Marinoni

1968. Un anno simbolo, un mito, una fonte di ispirazione per moltissime persone. Lo spaccato dell’inizio di un’epoca di grandi cambiamenti, con tutte le inevitabili controversie del caso. Nella musica, questo momento viene a coincidere con la nascita di un nuovo genere, la “canzone d’autore”, di cui il cantautore (Nomen omen) è la figura portante.

In Italia, uno dei pionieri e maggiori rappresentanti di questo nuovo modo di fare musica è sicuramente Fabrizio De André, che a cavallo fra anni ’60 e ’70 incide i suoi primi cinque album che lo proiettano verso il successo. A noi interessa però al 1973: esce Storia di un impiegato, forse il più controverso fra i lavori del cantautore genovese. Più che un album infatti, rappresenta una vera e propria dichiarazione politica, una risposta e un’interpretazione personale a quel ’68 che ha spaccato la società civile; lo stesso De André dirà a proposito: «La Storia di un impiegato l’abbiamo scritta, io, Bentivoglio, Piovani, in un anno e mezzo tormentatissimo, e quando è uscita volevo bruciare il disco. Era la prima volta che mi dichiaravo politicamente e so di aver usato un linguaggio troppo oscuro, difficile, so di non essere riuscito a spiegarmi.»

Come suggerisce il titolo, le nove tracce sono pensate per raccontare una storia: quella di un impiegato che, seguendo la scia del ’68 francese (raccontato dalla celebre Canzone del maggio), decide di fare rivoluzione a suo modo, in prima persona, fino a trasformarsi nel Bombarolo. La sua vicenda però termina dietro le sbarre, dove l’impiegato ormai solo, abbandonato anche dalla sua amata (cantata nel capolavoro Verranno a chiederti del nostro amore), si rende conto che l’unica lotta possibile è quella che supera il singolo, che diventa di tutti. Il disco si chiude infatti con Nella mia ora di libertà, un vero e proprio manifesto anarchico.

Vien da sé che, per il tema trattato e per le parole scelte per farlo, l’album ricevette molte critiche e quando uscì ebbe un successo modesto rispetto agli altri. Tuttavia si tratta di un’opera per molti versi interessante, che merita di essere ascoltata e analizzata con cura. Vorrei concentrarmi in particolare sulla quarta traccia, intitolata Al ballo mascherato. L’impiegato, ormai deciso a far esplodere la sua bomba, fa una serie di sogni, di cui questo è il primo. Immagina un grande ballo in maschera, cui partecipano figure simboliche del potere che vorrebbe vedere spazzate via.

La maschera è il simbolo della celebrità: a ballare è un eterogeneo gruppo di persone che, mimetizzate fra loro, costituiscono l’élite del potere, in tutte le sue forme. Troviamo Dante (che spedisce all’Inferno Paolo e Francesca, simboli del libero amore), i genitori dell’impiegato (il padre tronfio avvolto nella sua toga, la madre che annega nella sua autocommiserazione) ma anche la statua della libertà («Grimilde di Manhattan»), simbolo di un potere che, mascherato appunto, si erge a fantoccio di una libertà che nella realtà non esiste. E l’impiegato, con la sua bomba, vorrebbe che tutto questo fosse distrutto: ha smesso ormai di credere nella pietà e nell’amore per il prossimo (anche Cristo è ormai un drogato, un emarginato). L’esplosione renderà, finalmente, tutti uguali.

Di fronte a un potere che esclude, mascherato dietro a facce bugiarde e chiuso nel suo circolo, l’escluso che sceglie di non ballare può presentarsi solo portando la sua rivoluzione. Una rivoluzione cruda, spietata, che elimina tutto per fare spazio alla vera Libertà, finalmente illuminata dalla luce della Luna. Ma è proprio in quest’atmosfera apocalittica che l’impiegato si rende conto di quello che ha fatto: rifiutandosi di indossare la maschera e distruggendola per riportare l’uguaglianza, si è trasformato nel potere tanto odiato, solo ed incontrastato (questo è il tema della traccia successiva, Sogno numero due).

Questa canzone è quindi soprattutto una denuncia, una profonda critica all’ipocrisia del potere e a chi sceglie di contribuire al suo mantenimento ballando con lui; a chi vive di facciata, di apparenze. Una critica che però è consapevole della pericolosità e della criticità della soluzione che pare più ovvia e semplice: morto un papa se ne fa un altro e il potere trova sempre un modo di sopravvivere, anche quando esplodono tutti i suoi rappresentanti. Anche quando tutti gettano la propria maschera e il ballo finisce.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...