Segreteria telefonica

Ciao, amico. Ti osservavo, l’altro giorno, al parco. Sedevi su una panchina, in silenzio, accartocciato: le braccia intorno alle ginocchia, le mani in preghiera, i piedi uniti, piantati sulle assi di legno. Gli occhi sbarrati, lo sguardo assente: fissavi il cielo; un atto inutile, vuoto, privo di significato.

Sì, ti spiavo, dal buio del cipresso, nel tuo momento più nero. Nemmeno eri malinconico, né addolorato. Non avevi la minima idea di come proseguire la tua messinscena, perciò hai staccato. Non sapevi più come far finta, come riempire la tua esistenza in forma socialmente accettabile: così il velo è scomparso, la scenografia ti è caduta addosso e sei rimasto schiacciato. In attesa.

Non te ne rendevi conto, ma stavi aspettando me: il tuo salvatore, la tua roccia, la tua fortezza, il tuo liberatore. Volevo tenderti una mano. Mi sono avvicinato. Sorridente, sono emerso dall’ombra. Mi hai scorto, ti sei spaventato, sei schizzato via. Che peccato. Ora che siamo chiusi nella tua stanza, però, possiamo fare due chiacchiere. Solo io e te.

Tu non credi in niente. Non hai mai combattuto per un’idea forte. Sei cresciuto all’acqua di rose, a forza di pasti caldi, gas e luce. Un letto comodo come rifugio, ogni sera, in una cittadina tranquilla, sonnifera, mortifera. Non sei mai stato vittima di gravi ingiustizie. La tua incolumità non è mai stata minacciata. Non hai mai avuto un grande sogno. L’unica tua volontà è sempre stata sistemarti: un lavoro fisso, una casa a cui poter tornare, un amore che potesse rigenerarti la notte. Non ti sei accorto che eri già a posto così, naturalmente incamminato sul comodo sentiero di una vita di piccole gioie, di facili ricchezze, di semplici piaceri. Il tuo impegno, nei vani giorni dei tuoi futili progetti di mediocre grandezza, non è mai valso a nulla, se non ad ingannarti di essere il protagonista del tuo progresso. In realtà, non hai fatto che mantenere pigramente la tua posizione di privilegio.

Lo stai perdendo. Ti sta lentamente sfuggendo dalle mani. Tutto si sgretola lentamente sotto i tuoi piedi. Ferito, ti metti sulla difensiva. Ti arrocchi ancora più avidamente su quel poco che hai. Soldi, fama, droga, sesso, patria, onore, Dio: sono le briciole di valori che ti rimangono. Le esalti, in una spirale sempre più feroce di folle mediocrità. Fai gruppo con i tuoi simili, vermetti sanguinolenti identici a te, per illuderti che fare schifo sia la normalità.

Solamente perché non riesci più a conservare i tuoi vantaggi ti rifiuti di accettare che non ti siano dovuti. Indebolito, accecato dalla rabbia, ti sfoghi solo sui più deboli, su quelli che i tuoi privilegi non li hanno mai avuti. Nell’immenso gioco delle sedie della contemporaneità, ti concentri ad eliminare gli altri, per tenerti la tua poltroncina.

La musica si ferma. I posti erano sempre di meno ma tu, vile, non ti sei azzardato a fare domande, a rifiutarti di partecipare alla mattanza: ti sei accontentato, hai goduto di esserti salvato, ancora per un po’. Oggi è il tuo momento più nero. Ne sono rimasti pochissimi. Ma non ti chiedi il perché? No: ricerchi invece ossessivamente un motivo per giustificare la tua superiorità a priori. Saresti disposto a tutto, anche ad ammazzare, vile come sei. Sei un insetto. È così che anche tu sei diventato fascista, senza capirlo.

Quando non ci sarà più neanche una sola sedia, sarai finito. Tu, come tutti i tuoi amici o nemici, avrai perso. E quando tornerò da te, riemergendo dai cipressi, per portarti via da qui, non farò differenze: per me siete tutti uguali, in fondo.

Grazie dell’attenzione. Buona giornata!

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