Parla più forte, non ti sento

di Francesco Marinoni

Silenzio. Una parola; dietro, un mondo. Il silenzio è un atteggiamento, un’arma di difesa e di offesa, un gesto che può avere un impatto enorme così come può passare inosservato. Soprattutto quando a restare in silenzio sono un po’ troppe persone. Il silenzio è assenso, si dice spesso, ma, a volte, l’assenso è così poco tangibile da non essere trasmesso, da scivolare via insieme al silenzio stesso, senza lasciare traccia. A volte, il silenzio da solo non basta.

E quando sono le istituzioni a parlare troppo poco il problema diventa serio. Il rischio è grande: quando manca una presa di posizione dall’alto, anche da parte di chi rappresenta la faccia dello Stato, resta un buco. Un buco che, ultimamente, si riempie di parole che non vorremmo più sentire, parole che la nostra repubblica in quanto tale non può astenersi dal condannare. Quando un Matteo Salvini parla di “fare pulizia” o un Attilio Fontana farnetica di una fantomatica razza bianca in pericolo, si ha l’impressione che suoni una campanella a vuoto, a cui si risponde con parole sempre meno decise, sempre meno condivise. E queste non sono nemmeno le dichiarazioni degli estremisti, ad essere sinceri. Arrivano dal cosiddetto “centro-destra” (che di centro ormai ha ben poco) “moderato” e passano nel dibattito politico, come se si parlasse di tasse o di lavoro.

In nome della libertà di espressione, diventata apparentemente il principio unico a cui fare riferimento, si può dire tutto. E bisogna quindi dispiegare le forze dell’ordine per permettere a Simone Di Stefano di Casapound di esprimere la sua opinione, facendo finta che le idee cui il suo movimento è ispirato siano idee come le altre. La verità è che non lo sono. La verità è che se siamo un paese democratico è anche e soprattutto perché queste idee sono state sconfitte. Non una volta per tutte, evidentemente.

E allora l’annuale corteo del 25 Aprile si trasforma in una parata, una allegra sfilata sempre più vuota e silenziosa che per i rappresentanti delle istituzioni si conclude sul palco di Piazza Matteotti. A proseguire fino alla targa di Ferruccio in Via Pignolo solo “i fricchettoni dei centri sociali”. Ma queste non sono le Olimpiadi, non basta partecipare: l’impressione è che certi ideali non si vivano più, che si tirino fuori solo per dire “guardatemi, sono antifascista, guardatemi!” ogni 25 Aprile per poi scemare al calare del sole. E quanto tempo passerà prima che anche questa giornata diventi una come altre, festeggiata solo dai “sinistri”? Sembra, purtroppo, che la strada imboccata sia questa.

Poi allora l’antifascismo per forza di cose diventa quello dei comunisti, quello di quei tre sfigati con la bandiera rossa che nessuno ascolta. Guardato con sospetto e accantonato, bistrattato; quando invece è una delle cose che dovrebbe tenere unito tutto il paese, contro ogni fascismo di ieri, oggi e domani. E invece cresce, sempre più assordante, il silenzio. Cosa succederà quando nessuno parlerà più?

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