Il “Mito” del fascismo

di Brian Arnoldi

Dovendo analizzare quali fattori abbiano favorito in primo luogo la nascita del fascismo e ne stiano permettendo il ritorno in auge, è impossibile non soffermarsi su quello che è ormai diventato il “mito” del ventennio: il periodo del totalitarismo italiano ed i suoi protagonisti, dopo essere stati disdegnati e quasi dimenticati dall’opinione pubblica e dagli intellettuali italiani, sono stati oggetto di un rilancio in chiave positiva che, soprattutto negli ambienti di estrema destra, ha sdoganato il fenomeno del fascismo come male assoluto per la nostra democrazia. Dopo aver assimilato gli orrori del ventennio e della seconda guerra mondiale, una parte dei cittadini italiani ha ricominciato a vedere di buon occhio quanto realizzato da Mussolini in politica interna, rivalutando la figura del dittatore in virtù di quelle politiche economiche e sociali che tutti conosciamo ma che non potremmo mai equiparare alle leggi razziali ed alla complicità nell’olocausto: parliamo ovviamente dell’introduzione del sistema pensionistico, della bonifica delle paludi dell’Agro Pontino e della fondazione dell’Istuto Luce, per citare alcuni esempi.

Questa mitizzazione del fascismo non è però stata un fattore casuale o improvviso ma, anzi, è nata insieme a Mussolini e si è sviluppata negli anni, anche dopo la sconfitta del regime ed il ritorno alla democrazia: a tal riguardo, e per farci capire come la minaccia del ritorno del fascismo sia vicina e palpabile, si pensi che nel 2015 Enzo Lattuca, allora deputato del PD, aveva richiesto una modifica della Legge Scelba del 1952 (che aveva introdotto il reato di apologia del fascismo) al fine di impedire la vendita di souvenir e prodotti di merchandising legati al fascismo, adducendo come motivazione principale che questi favorissero la mitizzazione dello stesso.

Se oggi dei gruppi neofascisti tentano l’innalzamento quasi mitologico del fascismo tramite gadget, musica e libri, è anche vero che in passato, e soprattutto durante il ventennio, le cose non andavano troppo diversamente: Mussolini, forse ben più di Hitler e Stalin, aveva capito l’importanza del nascente settore dei media alternativi, e lo sfruttò meglio di qualsiasi altro dittatore della storia. Di formazione prettamente giornalistica, il leader fascista capì subito il potere innovativo della radio (arrivata nelle case italiane negli anni ’20) e della televisione (sbarcata nel Bel Paese negli anni ’30), tanto da fondare, ancora prima che le televisioni fossero diffuse nelle case italiane, l’Istituto Luce, che si occupava di fare propaganda fascista tramite film e prodotti per il grande e piccolo schermo. A ciò va poi aggiunta la grande lungimiranza con cui Mussolini riuscì a limitare le libertà individuali e di stampa, eliminando di fatto ogni tipo di pubblicazione giornalistica che non fosse strettamente legata al regime e seguendo, con Il Popolo d’Italia, quanto aveva precedentemente fatto Stalin in Russia con la Pravda. Sui giornali di regime si potevano vedere notizie opportunamente ritoccate e falsificate che parlavano di Mussolini come di un uomo straordinario: emblematico è, ad esempio, il resoconto dell’attentato del 7 Aprile 1926, riguardo a cui i giornali raccontano che il duce riuscì a schiavare un proiettile con un salto. 

Lo sfruttamento dei media, la divinizzazione della figura di Mussolini, la mancanza di una legge che proibisca l’uso delle icone del fascismo nei prodotti di consumo e, forse in più larga misura, la predisposizione di alcuni individui per gli ideali estremisti, ha contribuito a rendere gli ideali fascisti mai completamente dimenticati, portandolo al ritorno che stiamo vivendo oggi: l’unico modo per combattere questo mito, apparentemente radicato in alcune sezioni di minoranza della nostra società, è quello di fare un’informazione corretta, di smontare le leggende che circondano il ventennio e, soprattutto, di ricordare sempre gli errori e gli orrori commessi dal regime in Italia.

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