Fatevi una passeggiata in montagna

di Francesco Placenza

4 Dicembre 1943: Giorgio Issel ha finalmente preso la decisone: sarebbe rimasto a Cantiglio. Con lui pochi compagni della 86° Brigata partigiana che comandava, tra cui Raimond Marcel Jabin ed Evaristo Galizzi. I restanti membri della brigata, una quindicina di uomini, raggiungeranno, per ordine di Issel, le alture del Monte Cancervo. La decisione fu dettata da una preoccupante notizia: i fascisti stavano per compiere un rastrellamento. Issel vuole essere prudente, ecco perché trasferì il grosso della brigata in zone più montuose; tuttavia, rassicurato dall’abbondante nevicata, sceglie di mantenere un presidio nei pressi del centro abitato di San Giovanni Bianco, a Cantiglio per l’appunto, non ritenendo possibile che i fascisti potessero agire in tali condizioni climatiche. Purtroppo si sbaglia. Nel medesimo istante il comando fascista di San Giovanni Bianco avvisa il comando di Bergamo, il quale riunisce cento soldati fascisti e cinquanta SS tedeschi. Giunti in Val Taleggio prelevano nel cuore della notte il parroco di Pianca, Don Ugo Gerosa, costringendolo a condurli presso il luogo dove i partigiani si erano stanziati. Con le armi puntate alla schiena e legato a una corda perché non possa scappare Don Ugo procede lungo il sentiero che porta alle baite di Cantiglio, cercando ripetutamente di accendere una sigaretta, nella speranza che i partigiani possano scorgere la fiamma del fiammifero e accorgersi dell’operazione che è in atto. Speranza vana. Tutti i partigiani, molto giovani e probabilmente carenti di esperienze militari formative, stanno dormendo nel bivacco senza aver messo alcuna sentinella di guardia. Fascisti e nazisti liberano Don Ugo che ritorna a San Giovanni e si posizionano in tre diversi punti dai quali condurranno l’assalto alla baita. L’attacco è fulmineo e devastante: Issel, Jabin e Galizzi vengono uccisi nonostante il loro tentativo di difesa; alcuni sono catturati vivi e risparmiati perché non trovati in possesso di armi. Quando il tutto si è ormai concluso, fascisti e nazisti incendiano le baite e mutilano il corpo di Jabin inferendogli coltellate al volto. Le vittime di questo massacro riceveranno una degna commemorazione solo quando il conflitto mondiale sarà terminato.

Questo è quanto è avvenuto a Cantiglio, e così come mi è stato raccontato e come l’ho recepito tento di trasmetterlo. Nonostante io sia bergamasco e abbia sempre, quanto meno da quando ho sviluppato un mio pensiero critico, avuto ideali antifascisti non ero mai venuto a conoscenza di questa storia fino a pochi mesi fa, quando personalmente mi recai alle baite di Cantiglio per una passeggiata in montagna. Ho voluto raccontarla perché essa ha testimoniato per me un’esperienza “reale” in cui è emerso un sentimento antifascista rafforzato, per quanto questa esperienza sia una semplice passeggiata in montagna. Questo lo dico perché troppo spesso assistiamo, e soprattutto i giovani assistono, a discorsi antifascisti astratti, a commemorazioni che ormai appaiono lontane, tanto lontane che qualcuno non sa nemmeno perché il 25 Aprile non c’è scuola. Se vogliamo definirci una società che nasce da principi antifascisti e si fonda su di essi allora ognuno non deve farsi bastare un semplice ideale ma ambire a concretizzare questo ideale, deve in un certo senso farsi una passeggiata in montagna. Questo consiglio va messo in pratica per tutto ciò che ci sta davvero a cuore, qualsiasi cosa sia; e penso che all’Italia l’antifascismo debba tornare a stare davvero a cuore.

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