Dejà vu

di Marta Naldi

Il consueto cielo azzurro puntellato da nuvolette bianchicce, la solita tranquillità della piazza maceratese, l’usuale andirivieni dal Caffè Centrale al municipio, dal municipio a via Don Minzoni, dalla viuzza all’edicola che fa angolo. Solo il freddo è un po’ più pungente del solito in questo 3 febbraio 2018.

Ah, come vorrei essere una torre dell’orologio di qualche grande metropoli, in constante movimento e sempre piena di vita. Come mi divertirei a commentare i vari passanti con le loro buffe andature nelle più diverse ore del giorno! E come sarebbe bello diventare protagonisti di insolite azioni o singolari eventi… Qui, in Piazza della Libertà, l’avvenimento più straordinario è vedere due sposi novelli uscire dal municipio!

Nonostante questi miei sogni irrealizzabili, amo il luogo dove sono obbligata a stare… penso semplicemente che un po’ di azione non guasterebbe. Eppure mi basterebbe tornare indietro di qualche secolo per essere spettatrice del corso della storia in questa cittadina ormai addormentata alla routine.

Vorrei solo poter trovare un po’ di svago in qualche sfilata di Carnevale con costumi come si deve, di certo non acquistati su internet qualche giorno prima, o in un’allegra festa di piazza con canti e balli. Ora, ditemi voi se vi sembra una richiesta eccessiva per una torre obbligata a scandire il tempo immobile sempre con la medesima visuale!

Di certo non aspiro a rivivere il terrore degli anni di piombo e nemmeno l’angoscia provata sotto il regime fascista.

D’altra parte, oggi sarebbe impossibile provare la paura che si impossessò di me in quell’autunno. Nella spettacolarità ormai divenuta consuetudine di quei sabati dediti a canti patriottici e a ginnici esercizi in bianco e nero, il 18 ottobre era solo uno dei tanti in cui me ne stavo sonnacchiosa e annoiata. 

Nel grigiore della giornata era difficile distinguere i singoli in quell’ammasso di uniformi scure. I miei occhi, stanchi di osservare il ritmo lento e scandito della serie di movimenti rigidi, furono catturati da una figura più interessante. Si trattava del segretario della sezione comunista della città. Non fui la sola a notarlo, poiché da quella schiera di uomini neri ne uscirono cinque, goffi e impacciati fino a qualche istante prima e ora ritti e con gli occhi accesi di luce nuova, che all’improvviso fecero fuoco sull’avversario politico.

Augusto Troccaioli cadde sotto i colpi di pistola dei suoi assalitori tra gente attonita incapace di reagire.

Ripensandoci, forse preferisco annoiarmi… anche se a quest’ora, in cui tutti si preparano per il pranzo, è così vuota questa piazza! Solo qualche extracomunitario è rimasto, a ciondolare senza una meta.

Ecco però una macchina che si avvicina. Svolterà in direzione del Santuario o si dirigerà verso l’ospedale?

Ma come, si ferma? Ne sguscia fuori qualcosa. Pare un ammasso informe, a stento dentro quei vestiti sbiaditi si riesce a distinguere la sagoma di una persona. Procede lenta… poi, uno scatto, come un cobra si rizza ed esplode un colpo e un uomo, un uomo di colore, si accascia a terra! L’altro si avvolge ora nel tricolore. Dritto, impettito, estrae fieramente una candela con l’effige di Mussolini.

Ma che succede? Non capisco più nulla. Sono ancora una volta preda dei miei ricordi?

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