Alpinismo, Alpini e frontiere

di Emanuele Locatelli

L’alpinismo è una disciplina particolare, considerata in modi diversi dagli stessi praticanti: alcuni la ritengono uno sport, altri lo vivono come una disciplina spirituale o un’attività esplorativa. È da non sottovalutare il fatto che una parte fondamentale dell’alpinismo sia la dimensione narrativa: il resoconto è fin dagli inizi una componente funzionale ed essenziale all’impresa. Il solo modo per far conoscere quelle azioni così lontane dai centri cittadini, ovviamente, è poterle raccontare; questo anche per consentire la verifica da parte di altri alpinisti, che sarebbe impossibile senza la descrizione accurata della via percorsa. La pratica della scrittura non si limita a questo, la parola stessa compie un lavoro. Essa proietta e raffigura il mondo davanti a noi, come un oggetto da contemplare: come camminando si lascia il segno sul paesaggio, così scrivendo creiamo sentieri, narrazioni che ci aprono a significati fino a prima inesistenti. Perché si va in montagna a faticare e a sopportare il freddo? A che scopo qualcuno scala una parete rischiando la vita? La montagna sino ad allora muta e silenziosa risuona di parole. Sono tentativi di spiegare questa pratica perversa che spinge le persone al limite; proprio per questo la narrazione alpinistica non è (e non può esserlo come tutti i tipi di scrittura) neutra e innocente: è plasmata dalle persone, dai loro rapporti sociali e dai loro rapporti con la montagna stessa. Assegnare nomi ai luoghi scoperti e alle vette conquistate è parte di questa scrittura del paesaggio e non può che essere il primo specchio rivelatore di una mentalità.

Fin dal principio l’alpinismo è strettamente legato alla politica e ai principi nazionalisti; oggi è descritto da molti praticanti come “apolitico” e privo di ideologie, ma evidentemente lo stesso professarsi lontano dalla politica rispecchia un’ideologia. Questa pratica non può che nascere tra le fila della borghesia: in questo modo è ideologicamente figlia dell’età dei nazionalismi e diventa uno degli sport più strumentalizzati dai regimi fascisti.

In Italia l’alpinismo è rappresentato dal CAI (Club Alpino Italiano) fondato nel 1863 da Quintino Sella, ministro delle finanze del nuovo Regno d’Italia. Andare in montagna è un efficace scoperta della nazione appena unificata che trova come legare l’uomo al territorio e, in particolare, ai confini, così da alimentare sentimenti patriottici e nazionalistici. Le escursioni organizzate lungo i confini sono in tutto e per tutto spedizioni di propaganda politica: lo capì bene il fascismo, che esaspererà tratti ideologici già di per sé presenti nell’alpinismo e riuscirà a portare in montagna anche la piccola borghesia. L’atteggiamento rude e vigoroso del conquistatore di vetta è lo stesso sentimento che pervade tutto il paese, la brama della realizzazione del sogno coloniale tanto inseguito dalla classe dirigente italiana, prima liberale e poi fascista.

Il rapporto tra fascismo e montagna ha già dei precedenti durante la prima guerra mondiale, chiamata “guerra bianca” perché combattuta sulle cime innevate. In quel frangente si combatte una guerra assurda e nasce una retorica necessaria: nasce il mito degli Alpini. Queste truppe scelte di montagna sono ben note e costituiscono una figura fondamentale dell’immagine dell’identità nazionale italiana; in particolare dalla Grande Guerra gli Alpini, da gruppo quasi elitario, videro rinfoltire i propri ranghi con la partecipazione delle masse. Oggi quando si parla di alpino si pensa alla figura del bonario montanaro, tarchiato, generoso e altruista; è un uomo “dal cuore d’oro”, non si evidenzia più l’aspetto militare. Con questa immagine si è contribuito a costruire un altro mito radicato, quello degli “italiani brava gente” che nella storia sono sempre vittime di invasori, costretti a guerre di difesa. Gli Alpini divengono soldati che si vanno ad immolare sull’altare della patria per la difesa dei confini e del popolo italiano. Queste battaglie creano così dei luoghi “sacri”, sui quali i patrioti si sono sacrificati, mentre i territori conquistati vengono riconsacrati alla nuova patria demolendo i segni delle dominazioni straniere. Le montagne assurgono a simbolo di territori di vittoria e di conquista, ma anche a simboli di questioni irrisolte, come le note terre “irredente”, Trento e Trieste, rimaste sotto il “giogo dello straniero”. 

Concentriamoci ora più a fondo su come la dimensione narrativa in generale agisca sul senso comune. Le frontiere, assumendo una funzione sacrale, rinviano ad un’origine mitica: c’è un popolo italiano, una terra italiana e di contro lo straniero, il diverso. Grazie a questo definire e discriminare, la compagine statale trova le sue più forti spinte unitarie. 

Non possiamo negare che siamo soliti guardare al mondo in una prospettiva stato-centrica: gli stati-nazione si fronteggiano e si fiancheggiano e sembra ovvio guardare il mondo dall’esterno, trincerati dietro ai confini statali. Siamo perciò spinti ad assumere lo stato nazione come un fenomeno naturale: siamo spinti ad essere complici dello stato e delle sue frontiere per salvaguardare i nostri privilegi. La “crisi migratoria” non può che essere tale solo dal punto di vista di chi appartiene ad uno stato; non è un caso che ci si interroga sempre su come regolare i “flussi” (ah, non si tratta di persone?) in una dialettica tra chi vede nel migrante un’opportunità e chi invece una minaccia, mentre il potere sovrano di dire NO rimane indubbio. Questo potere è espresso chiaramente nella grammatica del “noi” e del “nostro”, dell’appartenenza e dell’identità: Questo è il NOSTRO paese. I cittadini si ritengono i legittimi proprietari, si confonde cittadinanza con possesso della terra, come se ad ognuno spettasse una parte del territorio collettivo; si ritengono autorizzati allora a limitarne l’accesso, ma ancor più pensano di poter decidere con chi coabitare. Queste credenze sono radicate in un altro mito, quello dell’autoctonia: siccome sono nato qui allora mi appartiene.

Sia a livello singolare che comunitario si suppone una infondata identità di sé con un determinato luogo con cui si fantastica di fare corpo: non ci si accorge (fino a che punto?) di essere invece degli usurpatori, che usano e strumentalizzano, pensando che il posto in cui vivono sia a loro totale disposizione.

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