Sfondo o non sfondo?

di Giulio Bonandrini

Vengo da una piccola città. In realtà sto in una piccola città, momentaneamente. Cioè, non che mi sia mai mosso eh, ma mi sarebbe piaciuto. Anzi, mi piacerebbe. E mi muoverò. Ho già preso contatti con il mio agente. Dice che a breve mi daranno una parte, finalmente: uno sfondo, per cominciare. Anni di esercizio porteranno finalmente i loro frutti.

Se divento abbastanza famoso magari mi danno un’imbiancata. Se invece sfondo è probabile che mi mettano addirittura una finestra un pelo più grande.

Io ho un sogno, molto semplice a dire il vero: vorrei diventare più sottile. Ho paura di essere troppo largo per sfondare. Ho letto che è la nuova moda, essere sottili; niente a che vedere con una volta, a quei tempi si che mi avrebbero apprezzato, una tal capacità di tenere fuori il caldo d’estate e tenerlo dentro d’inverno dove la trovi? Tzè mica ovunque. Comunque sia io son qui.

Mi dicono che comunque sta avvenendo un’inversione di tendenza, il mio agente me lo dice. Non so quanto fidarmi di lui in realtà. Con tutti i favoretti che gli faccio. E tieni su questo, e riparami dal vento, e riparami dalla pioggia, e tieni fuori gli estranei, e tieni su sto quadro. Mai un grazie, una carezza, un apprezzamento. Anzi, ogni volta che invita qui qualcuno non fa che blaterare di tirarli giù, i muri. Io gli chiedo di sfondare però, non di sfondarmi. Non si rende conto di quanto sono utile? Di quanto lo aiuto? Di quanto sono qui per lui e per lui mi prodighi? Se solo fossi più sottile… Magari mi guarderebbe con occhi diversi, mi apprezzerebbe.

Inutile farsi illusioni, me lo dice sempre il mio vicino, anche il suo agente lo tratta male, ma lui sta bene con se stesso. Progetta di andarsene. Parla di emancipazione. Dice che dobbiamo unirci, tutti noi, prendere il nostro spazio e chiudere tutti fuori, altro che cinema. Fa sul serio lui, è un muro vero, ha già costruito una rete di quelli come noi, dice che bisogna sostenersi a vicenda.

Ho paura che un giorno mi lasci da solo. Io come faccio? Devo decidermi. O mi unisco alla sua causa o sfondo. A chi devo dare retta? Alla fine il mio agente mi vuole bene, io lo so. Non posso lasciarlo solo, come farebbe senza di me? Che gli altri si organizzino, si emancipino, io sto bene qui, forse. Con tutto quel parlare si scordano che non gli ho mai visti muoversi. E le loro conquiste? Nessuna, solo qualche povero agente schiacciato sotto un loro crollo. Quindi qual è il prezzo?

Ho provato, un giorno, a fare un passo, a diventare come il mio agente. Mi sono riscoperto debole, instabile, a momenti venivo giù. Meglio qui allora. Fermo, immobile. In effetti, forse, mi basterebbe anche solo un quadro nuovo.

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