Prospettive – Muri

Fin dove si può?

di Francesco Placenza

Sono orami undici giorni che io e il mio esercito siamo accampati fuori dalla città e sono ben sette gli attacchi che abbiamo già sferrato, senza successo. In realtà non abbiamo subito molte perdite, il vero problema è la determinazione degli uomini che man mano va scemando.  La grinta del guerriero lascia spazio al desiderio di tornare a casa. Quelle mura! Sono quelle mura che si frappongono tra noi e il nostro obiettivo, tanto alte e spesse da non permetterci di scavalcarle o abbatterle. Le sentinelle le perlustrano giorno e notte ed esse non hanno ancora mostrato alcun punto debole. Temo che l’unica soluzione praticabile, anche se richiederà tempo, sia quella di cingere la città d’assedio e aspettare che ceda alla fame e alla sete; questo potrebbe scatenare persino delle sommosse o lotte intestine che agevolerebbero ulteriormente il nostro compito. Capiranno fino a che punto possono spingersi, il limite che non sono in grado di varcare? Io il mio l’ho appena capito, e sono quelle mura; non è detto che non riesca a superarle, ma il prezzo è di certo troppo alto, troppo alto per me.

L’alba dei vivi

di Alfredo Marchetti

Sul muro di cinta, il freddo e la rugiada del mattino si insinuano tra le lasche cotte di maglia della truppa.
Passeggio leggero tra i soldati che aspettano il cambio. Volgo lo sguardo a oriente, dove balena all’orizzonte una nebbia verde, livida.

Dagli avamposti oltre mura e dalle colline vicine si accendono fiaccole segnaletiche, accorrono i messaggeri, gridano da sotto le mura, chiedono di entrare, latrano come cani.

Invio loro una pattuglia mentre mi dirigo verso la torre più vicina, vado a svegliare l’ufficiale.
Ha l’espressione di chi, dopo un brusco risveglio, non abbia mai capito quale fosse il suo ruolo nel mondo. Ha compreso la natura del problema. Domando comandi, mi guarda stranito.

Ordina di radunare le prime guarnigioni e formare una linea di difesa. A terra mi aspetta un drappello di uomini pronti.

Uno, oberato dal peso dello scudo, mi avvicina. Lo lascia cadere nel fango ed evitando il mio sguardo chiede se sia vero che gli invasori siano alti più di due metri e abbiano fauci con canini affilati come raccontano.

Lo aiuto a rimbracciare lo scudo e mi rivolgo agli altri:
“Oggi non affronterete né manticore né ciclopi. Siamo uomini, non dèi, condannati a scannarci a vicenda per un lembo di terra, delle pietre preziose, cultura o religione. Per qualcosa. Non temiate l’invasore, è fatto di carne e ossa come noi.
Cosa vi rende diversi? Voi state da questo lato della cinta.”

Mi guardano confusi. Non sono mai stato un grande condottiero.
Le armature tremano e s’appesantiscono. Consegno gli ordini al caporale e li spedisco oltre il cancello.
Forse, alla prossima guarnigione saprò dare un buon motivo per difendere questo muro sudicio. Ho solo bisogno di tempo per pensarci.

Tempi duri

di Ernesto Martellaro

Un violento colpo scalfì le mura di cinta.

Il contadino ne aveva abbastanza. “Perché seminare col rischio che sia il nemico a raccogliere i miei frutti?” Scattò in piedi, si asciugò il sudore e cominciò a correre verso la minaccia. Falcetto in pugno e fiasco di vino sotto il braccio, s’improvvisava coraggioso, lui che soldato non lo era mai stato.

Un secondo colpo assordante fece tremare le mura.

Il suonatore non riusciva più a udire la propria voce. Proprio colui che cantava l’amore, adesso cominciava a dubitarne. “Il nemico non merita amore. Il nemico non merita musica. Il nemico non merita niente!” Temeva l’ignota minaccia, ma teneva alla propria libertà. Il suo strumento si fece presto arma.

Il terzo colpo giunse puntuale e aprì una crepa irreparabile nelle mura.

Il sacerdote chiuse gli occhi con rassegnazione. “Mio Dio, hai fatto quanto in tuo potere, forse anche di più, ma il nemico è qui, fatto di carne ed ossa”. Ripensava alla sua terra, alla sua gente, al suo futuro. Si armò come meglio poteva. E lui poteva.

L’ultimo attacco fece breccia nelle mura.

Ormai erano faccia a faccia con la minaccia. Attendevano che l’enorme nube di polvere si diradasse. Il nemico era arrivato. Ma ciò che videro al di là delle macerie furono semplicemente altri uomini: uno di loro reggeva quella lancia come stesse pescando, un altro aveva i piedi ancora sporchi di merda di gallina e l’unico che incuteva davvero timore doveva essere un macellaio. Gli sguardi si incrociarono. Disagio, stupore, paura. Poi la guerra.

Si giocava a fare i duri, come attorno a tutti i muri.



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