L’identità a partire da un muro

di Emanuele Locatelli

Costruisco un muro intorno a me. Stabilisco un confine.

Ma cos’ è un confine?  Intuitivamente lo si potrebbe pensare, sulla scorta del muro, come un qualcosa che divide. Per capire meglio si prendano d’esempio due nazioni adiacenti: il confine che le divide non è funzionale in alcun modo a definire la loro identità. I confini si possono sempre spostare, Mentone era italiana ed ora è francese. Un confine non mette in relazione il contenuto “Italia” con il contenuto “Francia”, è solo un segno materiale.

Eppure mettendo un confine creo un fuori e un dentro.  Dentro sono protetto, sono a casa. Fuori ci sono gli altri, quelli diversi da me. Ma fin dove arrivo io e dove iniziano gli altri? Un muro posso sempre abbatterlo, posso rinforzarlo o posso costruirne un altro più in là. In che modo mi identifico io che sto al  di qua del muro?

Il confine nasconde allora quello che è un concetto costitutivo della nozione di identità: il limite. Il muro è mio ma il limite no. Il limite non appartiene alla cosa che delimita, tuttavia non le è estraneo, è un termine al quale ci si avvicina senza poterlo mai raggiungere. Se un foglio è metà rosso e metà blu, la linea di separazione è rossa o blu? Aristotele direbbe che non è nessuna delle due, rosso e blu si avvicinano infinitamente al loro termine. Il limite dunque mette in relazione reciproca due “cose”, il limite è quella relazione stessa. Si può dire che una cosa ha già tutto “in sé” ed ha il mondo oltre di sé, a partire dal proprio limite costitutivo. 

Ho costruito un muro,  è un punto di partenza, non di arrivo. Un confine è provvisorio, devo pensare al limite. Devo pensare alla mia relazione con gli altri.

Per distinguere occorre de-limitare. È un processo creativo e costruttivo, necessario alla costruzione del sapere: per conoscere la verità occorrono idee chiare e distinte, cioè che si possono distinguere dalle altre, come sosteneva Cartesio.   

Conoscere in questo modo significa allora prendere decisioni , la de-cisione (dal latino caedo: taglio, spezzo)  è un’ operazione che ritaglia e decide se questo appartiene o meno a quello.  Il limite delimita allora un possesso  ponendo  il problema di cosa lasciare dentro e cosa fuori.

Ho preso le distanze ed ora ho capito: Io sono qui e Tu lì. Questa condizione è però precaria. Io, volente o nolente, vengo interpellato da tutto quello che sta fuori, dagli altri. Sono strappato dal mio stato di separazione e sono chiamato a rispondere.

Non è una chiamata come potrebbe essere quella di Dio ad Abramo. Devo decidere il mio atteggiamento verso l’altro. È in questo momento che si decide la mia identità. Ho l’occasione di riflettere, di mettermi nei panni dell’ altro e vederlo come un alter ego: una persona uguale a me, ma diversa.

Sarò in grado di accogliere uno straniero come ospite? O, come fece Romolo con il fratello Remo, ucciderò chiunque sorpassi il mio limite?

Per questo stare sul limite non è mai facile ma è un atto di audacia: significa saper giocare al gioco degli opposti, del chiudere e dell’aprire, dello stare dentro e dell’uscire. È più facile pensare che ogni delimitazione sia una presa di posizione definitiva. Invece ci vuole coraggio per capire che un confine può essere sempre spostato, che il limite è solo una relazione, che ogni divisione è sempre una con-divisione  e che ogni chiusura è anche immediatamente un’apertura.

Costruiamo allora quattro mura e mettiamoci pure un tetto, ma non dimentichiamo porte e finestre! È ammettendo una soglia che si difende la casa, non viceversa.

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