Intervista a Lili Elbe

di Camilla Facchinetti

Altro: Signorina Lili, la ringrazio per averci accolto nonostante il suo precario stato di salute

Lili Elbe: Non preoccupatevi per me cari, il peggio è passato. Ricordo quando ho fatto il secondo intervento per riuscire a riappropriarmi del mio corpo di donna. Fu tragico. Passai ore ed ore in sala operatoria e per molti mesi, senza sedativi, sarei morta di dolore. Dunque ditemi come posso esservi utile.

A: Questo mese “Altro” si occupa del tema “Muri”, vorremmo la sua opinione in quanto pensiamo che lei ne abbia scavalcato uno molto importante. Ma prima ci racconti la sua storia.

L.E: Ebbene, io nasco come Einar Mogens Andreas Wegener a Vejle, 28 dicembre 1882. Ho sposato e amato la mia bella Gerda per la maggior parte della mia vita. Era il 1912 quando insieme ci siamo trasferiti a Parigi. Eravamo giovani artisti nella capitale del divertimento europeo. Furono anni meravigliosi. Io dipingevo la mia terra natia e Gerda cercava la sua strada nel panorama culturale che ci circondava. Poi un giorno accadde. Fu un lampo a ciel sereno. Ricordo che nella mia mente un pensiero insistente cercava spazio, si riproponeva ad ogni ora sempre più accanito di prima. Non capivo di cosa si trattasse. Mi ammalai di una malattia incurabile, la depressione. Gerda è stata al mio fianco e in quel frangente particolare le devo la vita, la mia vita, quella di Lili.

A: Come ha capito di essere Lili, il momento in cui ha infranto il muro?

L.E: A Gerda serviva una modella femminile e un giorno mi chiese di indossare un vestito, frettolosamente, perché avrebbe dovuto consegnare a breve il suo lavoro. Era un vestito bianco, con il corsetto. Era delicato, con tanti nastri sulla schiena, di stoffa morbida. Ricordo che mentre dipingeva continuava a dirmi di smetterla di accarezzarlo.

A: E da lì la sua vita cambiò?

L.E: Radicalmente; iniziai ad interessarmi di casi come il mio, ma agli inizi del 1900 fu una ricerca quasi infruttuosa. Intanto io e Gerda partecipavamo a molte feste insieme, ma io ero Lili, una lontana cugina. Più mi vestivo, più mi truccavo come Gerda, sempre meglio di Gerda, sempre più alla moda, sempre più femminile, più realizzavo che stavo partecipando ad una corsa che volevo vincere ma in cui non conoscevo i miei avversari. Poi, quando mi innamorai di Claude, capiì. Claude è stato il primo uomo a capirmi, ad interessarsi a me come donna. Gerda ci ritraeva insieme a volte. Alla fine realizzai che stavo rincorrendo me stessa: il mio avversario ero io, Einar, e Lili doveva trionfare.

A: E così ha deciso di sottoporsi all’operazione?

L.E: Le operazioni principali furono quattro: la prima mi evirò come uomo, la seconda doveva darmi gli attributi di una donna, la terza mi salvò dalla seconda, mentre la quarta mi consegnò al regno di chi non occupa più questo mondo. Ma voi parlate di muri e continuate a pensare che io ne abbia scavalcato o distrutto uno. No, non è così. Riflettendoci sono sempre più convinta che i muri li creiamo dentro di noi, ma non servono a tenere le persone fuori, bensì dentro. Quando conosciamo qualcuno che ci piace, allora lo lasciamo entrare tra le nostre mura, come se fossimo una piccola città, e poi man mano le allarghiamo per riuscire ad ospitare più gente. Ma non le proteggiamo dal mondo esterno, le costringiamo ad essere accerchiate da mura invalicabili affinché non ci lascino. Quando io e Gerda abbiamo presentato Lili alle nostre famiglie non hanno voluto ascoltarci, non ci hanno più voluto nelle loro vite. Io non ho infranto nessun muro, piuttosto sono stata esiliata, bandita, cacciata o nel migliore dei casi ignorata, come un mendicante che chiede la carità ai piedi di una chiesa. Gerda mi ha accolto a braccia aperte, ma poche altre persone lo hanno fatto.

A: Ne è valsa pena? Intendo soffrire anche fisicamente per poi non essere riconosciuta come la donna che è in realtà?

 L.E: Solo nel momento in cui Lili ha preso vita mi sono resa conto di essere al mondo. Se lei avesse una, una sola ed unica occasione per essere sé stesso, per sentirsi libero nel mondo, non si lascerebbe scacciare da tutte le città che conosce pur di riuscirci? Ho patito le pene dell’inferno, eppure per qualche ultimo istante della mia vita sono stata felice nel corpo di una donna. Ero sola, come se fossi stata in cima ad una montagna, lontano da tutto e da tutti, eppure prima di allora era come se non avessi mai vissuto. 

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