Imene frego

di Beatrice Marconi

Cara Lettrice (e Caro Lettore), la Redazione di Altro è composta per la maggior parte da uomini, anzi, da ragazzi. Si potrebbe dedurre, dall’età e cultura media dei suddetti maschioni, che si tratti di una redazione con un pensiero fresco e, volendo, all’avanguardia. Quando però ho proposto di scrivere una rubrica che parlasse delle donne (e anche, ma non solo, del femminismo) in molti hanno storto il naso. E sapete perché? Perché ci sono uomini convinti che la lotta femminile e femminista non abbia più senso di esistere, perché “sulla carta le donne hanno ormai gli stessi diritti, e forse più, degli uomini”.

Non fraintendermi Lettore (o Lettrice), voglio molto bene ad Altro. Gli voglio bene proprio perché questa rubrica è altro dai gusti di alcuni membri di questa redazione, eppure eccomi qui a scrivere (e, si spera, eccoti qui a leggere). E questo è lo spirito del giornale che hai tra le mani.

Riguardo al tema di questo numero, Muri, devi sapere che una donna quando nasce è destinata a conoscerne almeno due: quello fra lei e gli uomini (espressione del più generale muro fra il sé e il diverso) e quello anatomico chiamato “imene”. Questa membrana per quanto piccola e sottile ha dato per molto tempo un sacco di cazzi amari (volevo dire “problemi”, ché non sta bene che una signorina parli in modo sì sboccato) alle donne. Credo tu sappia che in un tempo non troppo lontano si usava stendere fuori dalla finestra il lenzuolo sporco del sangue della novella sposa dopo la prima notte di nozze, che era un modo antico per dire “Bella scecc, me l’ha data ed era pure vergine”. Tuttavia, come esistono tipi diversi di nasi, capelli o alluci, così esistono varie categorie di imeni: perciò una ragazza che avesse una membrana particolarmente sottile poteva essersela rotta ben prima del matrimonio (magari giocando da bambina e cioè, per come andavano le cose, qualche giorno prima di conoscere il promesso sposo). La reputazione della fanciulla veniva dunque salvata sgozzando una gallina e usando quel sangue per macchiare il bianco lenzuolo del corredo nuziale (uno spreco immane, non sai quanto è difficile togliere le macchie di sangue dai materassi). In questo modo tutto il paese, passando sotto le finestre dei novelli sposi la mattina dopo, poteva comunque dire: “Che cül!”. Ovviamente poi nessuno si chiedeva perché il brodo di pollo fosse un pasto così amato dalle neo-coppie.

Ad ogni modo, per evitare un’ecatombe di galline si prendevano le dovute precauzioni. Le Lettrici all’ascolto mi correggano se sbaglio, ma quante di noi, da bambine, hanno sognato di cavalcare all’amazzone come le principesse? Un tempo per le fanciulle non era un vezzo, ma un obbligo: sarebbe stato imbarazzante dire al principe azzurro di aver perso la verginità con un cavallo (Lettore, smetti di pensare a Cicciolina e concentrati). Ecco perché, in Titanic, la proposta di Jack a Rose di insegnarle a cavalcare “con una gamba su ogni lato, come un uomo” rimane, per me, la dichiarazione d’amore più significativa di tutto il film (tralasciando la parte seguente della scena, in cui si mettono a sputazzare dal parapetto, ma nessun amore è perfetto in fin dei conti).

Lettore, sento già i tuoi pensieri: “Stiamo parlando però di cose che accadevano anni fa, d’altra parte Titanic è ambientato all’inizio del secolo!”. Pensa allora che ci sono paesi in cui le donne, per il medesimo motivo, non possono andare in bicicletta. C’è un film che ne parla, si chiama La bicicletta verde e racconta la storia di una ragazzina saudita, Wadjda, alle prese con questo divieto. Significativa è la scena in cui sua madre la scopre a pedalare sulla bici di un amico, la ragazza, colta di sorpresa, cade sbucciandosi il ginocchio e le prime parole della madre sono: “La tua verginità!”.

Ho mancato di sottolineare una cosa: il proprietario di quella bici è un bambino. Maschio. E la presta a Wadjda così che lei possa imparare ad usarla. Non è trascurabile: I want you, Lettore, perché questa lotta è anche tua. Anche se viviamo in Italia e non in Arabia Saudita, anche se l’imene non ce l’hai.

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