Diaframma

di Matteo Rizzi

Negli anni ’80 probabilmente non c’era molta scelta: o eri figlio di Grease, o eri figlio di Ian Curtis. Non che io lo possa dire per esperienza, sia chiaro. Basta pensare alle reazioni ai primi computer che si iniziavano a diffondere in quegli anni: i figli di Grease probabilmente dicevano «superganzo!» e ballavano i Duran Duran, mentre i figli di Ian Curtis compravano il vinile di Computerwelt dei Kraftwerk e si lasciavano massacrare da follie visionarie di un alienante progresso fatto di suoni meccanici e ripetitivi. Mantra fatti di bit. Forse, poi, si tappavano il naso e si immergevano nel profondo abisso di quell’inquietudine nichilista che per il punk ’77 era stata ribellione, riscatto, rivendicazione del diritto al disagio e anarchia, e che dopo il suicidio di Ian Curtis, dopo gli album dark dei Cure, insomma, dopo era diventata una logorante, lenta, angosciante autodistruzione. Questo è il post punk. Questi erano i Diaframma di Siberia. Album del 1984, settimo migliore di sempre in Italia secondo Rolling Stone. Una Siberia che nonostante gli orrori sovietici era terribilmente affascinante. Come lo era (e lo è) del resto tutto quello che riguarda l’Unione Sovietica. Chissà perché. La Siberia dei Diaframma è il paradosso del prigioniero: «Oltre il muro il silenzio, oltre il muro solo ghiaccio e silenzio», cantavano Miro Sassolini e Federico Fiumani. La prigione, un non-luogo comunque più accogliente del mondo fuori. «La nostra è una Siberia interiore», dice Fiumani in diverse interviste. Un confine nella dispersione. Un muro che racchiude il dolore, la paura e il «chiarore del petrolio bruciato» e lo separa dall’angoscia dell’ignoto, del ghiaccio, delle pesanti distanze da qualcuno o qualcosa, inconcepibili e in ogni caso incolmabili. La scelta non è più tra piacere e dolore, ma tra noto ed ignoto. La Siberia è quell’infinito spazio di angoscia che morde, che rende inetti, incapaci di agire, passivi, persi, sfigurati. Le «stanze gelate» sono quelle sofferenze che danno quasi sollievo, quando diventano familiari, quando ci sembra di conoscerle, quando l’unica alternativa è un’angoscia opprimente. Non c’è spazio nemmeno per gli intervalli fugaci (e per di più illusori) di piacere e gioia. Forse nemmeno per la noia. O forse il dolore “familiare”, quella è la vera noia. E la vita è un pendolo tra il dolore e l’angoscia per dolori ignoti. E pensare che, nel frattempo, in quell’anno, qualcuno cantava: «Wake me up before you go go/take me dancing tonight/ i want to hit that hiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiigh». Beati i figli di Grease. Ma forse la differenza tra loro e i figli di Ian Curtis è tutta nell’autenticità della Sorge, per dirla con Heidegger. La mondanità dei figli di Grease altro non fa che rimandare il problema, illude al punto da credere che oltre il muro entro cui siamo intrappolati dalla sindrome di Stoccolma che ci lega ai nostri dolori più familiari, gestibili e controllati, ci possa essere un mondo da cambiare, da vivere o quanto meno da ballare. Ma è tutta questione di attimi. D’altronde, la differenza tra la Siberia fatta di ghiaccio e silenzio e il mondo fatto di luci, colori e preoccupazioni salottiere è solo e totalmente fenomenica. Il mondo è Siberia: ghiaccio, silenzio e angoscia esistenziale, almeno finché  ci ostiniamo a voler cercare una finalità che non esiste. Con questi presupposti, forse, internati nel nostro muro, nelle nostre stanze gelate, non stiamo poi così male.


Avranno voluto dirci questo? Molto probabile di no, in realtà: raramente si pensa quando si scrive.
Un gran disco, in ogni caso.
Anche se lo si ascolta nel sollievo e nella solleticante frivolezza del mondo. Che per fortuna esiste.

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