Come una crisalide

di Francesco Marinoni

Noi umani, si sa, facciamo fatica ad andare d’accordo. Da sempre la nostra storia è segnata dai conflitti, dall’incomprensione, dalla discordia: da tutto questo nasce la necessità di tracciare confini, fisici o meno, per separarci, tenerci lontano gli uni dagli altri.

Muro, muraglia: cosa sono se non il tentativo disperato di tracciare una linea, di distinguere un “mio” dal “tuo” e mostrare quanto riusciamo ad essere diversi ed intolleranti? Il muro ci spaventa con la sua imponenza e sta lì, immobile, ad aspettare che qualcuno provi a scavalcarlo o addirittura ad abbatterlo.

E oltre a quelli che abbiamo costruito, con mattoni e cemento, ci sono tutti gli altri, quelli che ci siamo inventati, troppo difficili da erigere: la barriera di genere, per esempio, che comunque qualche coraggioso ogni tanto prova a superare.

Il muro inevitabilmente si crea sempre; ne abbiamo incontrati e ne incontriamo ancora oggi di celebri, simboli che racchiudono in essi tutta la problematicità e il paradosso di un confine tracciato: quello di Berlino, quello di Israele, la Grande Muraglia.

Non sempre però abbiamo la capacità e la forza di provare a sbirciare oltre. Anche perché inevitabilmente avere una linea di separazione ci fa comodo: ci permette di conoscerci meglio, di esplorarci a fondo e perfezionarci. Che lo vogliamo o no, è a partire dalla separazione che possiamo arrivare a definire noi stessi. Senza dimenticare tutto ciò che sta dall’altra parte.

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