Aggiungi un posto a tavola

di Camilla Facchinetti

“[…] Ma sento che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mnié khocetsia iestj, – dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni boccata. – Spaziba, – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta, – mi risponde con semplicità. E soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco […]” (Il sergente nella neve, Mario Rigoni Stern). Piena seconda guerra mondiale, Russia. Un soldato affamato chiede del cibo, e nonostante sia seduto accanto ai nemici, mangia insieme a loro.

Roma, da gennaio 2016 ogni mese nelle mense delle scuole entrerà una nazione, con la sua cultura culinaria e la sua storia. Si tratta del progetto “Ogni mese un paese” promosso dall’assessorato alle Politiche educative e scolastiche del Comune di Roma, in collaborazione con l’università “La Sapienza” e con l’istituto San Gallicano. Zuppa alla rapa rossa polacca, riso basmati del Bangladesh, patate alla peruviana, involtino di carne con foglie di verza romena, pollo in agrodolce filippino e cous cous del Marocco. Ai 160mila bambini che mangiano nelle scuole dell’infanzia, elementari e medie, per un giorno al mese verrà servito un menù etnico appartenente a uno degli otto paesi maggiormente rappresentati in Italia. Si comincia con il Bangladesh e a seguire ci sono Romania, Albania, Polonia, Perù, Cina, Marocco e Filippine.

Da che mondo e mondo, di epoca in epoca, il cibo unisce i popoli. Non esistono muri per chi il mondo se lo vuole mangiare, in un boccone solo. Non posso esserci barriere quando la fame ti porta a bussare alla porta di uno sconosciuto o ti spinge ad attraversare un oceano per garantire un pasto quotidiano alla tua famiglia. Il cibo è l’unico linguaggio universale, che parliamo (mangiamo?) tutti.

In Italia abbiamo il pane, in Etiopia lo chiamano Injera. Il Challah è il pane ebraico delle feste, in libano si chiama Mankoush. In Russia hanno il pane nero, mentre il brasile ha il Pao De Queijo. In India mangiano il Chapati e il pane Naan, però nel nord della Cina lo chiamano Man To. Ad una persona affamata non interessa il nome di ciò che gli viene servito, basta che sia invitante. Per questo motivo il cibo non ha regole, confini o nomi veri. Quando si è vicini, tutti insieme a tavola, quando ci stringiamo per fare posto a chi è arrivato all’ultimo momento senza avvisare, e girano piatti e vassoi per le mani di tutti, con ricette improvvisate o secolari, allora tutto ha un sapore migliore. Certo, la tradizione vuole la sua parte, ma non c’è bisogno di parlare la stessa lingua per apprezzare un pasto in compagnia. E devo informarvi che sì, i casoncelli li sanno fare anche a Brescia. E sono pure buoni.

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