1 + 2 = 3

di Daniele Ravizza

1961, fa talmente freddo a Berlino che URSS e USA hanno deciso di non parlarsi più; anzi, non si possono proprio vedere. Tuttavia, mentre il Muro più famigerato della storia è in fieri, c’è qualcuno che tenta già di distruggerlo; infatti le riprese di One, Two, Three (Uno, due, tre!, 1961), realizzate in quella Berlino, sono simultanee all’edificazione del muro voluto dal regime sovietico. Lungi dal sottostare a un manicheismo di propaganda, Billy Wilder, il nostro “terzo uomo”, cerca di dare una visione sfrontata e totalizzante del conflitto tra i due blocchi contrapposti, secondo un’ottica “non allineata” e personale, anche se inserita nell’imperante americanismo.

Scarlett, figlia del grande capo della Coca Cola, è affidata alla tutela di McNamara, il dirigente della filiale della multinazionale a Berlino Ovest. Quando la ragazza si innamora di Otto, un giovane ribelle comunista, McNamara tenta di stroncare questo amore, ma sarà costretto a indottrinare l’ortodosso bolscevico per ottenere l’anelata promozione.

Tra le incalzanti battute sparate da uno strepitoso James Cagney (all’ultima grande interpretazione della sua radiosa carriera), il tempo di ragionamento dello spettatore è ridotto, tanto da incorrere in una voluta caricatura dei personaggi, che delineano le due anime delle due superpotenze mondiali. Eppure, imbracciando la possente arma wilderiana dell’ironia, la pellicola riesce a ritrarre i paradossi dei due modelli di vita preponderanti, tanto da evitare schieramenti monopartitici e aprire a sorgenti di piacere più accessibili oggi di allora, soprattutto per il distacco temporale dalla scabrosa vicenda, che pregiudicherà il successo del film all’uscita nelle sale.

Attraverso battute irriverenti e folgoranti, Wilder svela le ambiguità dei due sistemi, personificate nella conversione di Otto al capitalismo; infatti il mondo sovietico è ritratto come corrotto e pronto a rinunciare ai propri valori di fronte all’american way of life; d’altro canto, sebbene in misura minore, anche il modello americano è messo in ridicolo di fronte ai suoi formalismi borghesi.

Spregiudicatamente, i riflettori sono puntati sulla divergenza tra ideologia e comportamento individualistico-competitivo, sotto questa luce nessuno dei personaggi si salva.

Abbattendo una delle dicotomie più profonde nella storia dell’umanità, Wilder scopre allora la volgare umanità dei personaggi, accentuata dalla convenzionalità con cui la macchina da presa li inquadra. Tra tesi e antitesi, tra uno e due, spunta il tre, ovvero la sintesi che consiste nell’homo oeconomicus, un uomo il cui unico interesse risiede nella massimizzazione della ricchezza. Berlino Ovest non è che Berlino Est.

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