Самиздат

di Andrea Calini

Non è facile riconoscere i muri. Spesso sono ambigui, fluttuanti; ci sono quelli di pietra, certo, ma ce ne sono centinaia di altri fatti di parole, sguardi, convenzioni, paura. Terribile, il muro, simbolo per antonomasia di separazione dolorosa, di discriminazione ed odio programmaticamente attuati e messi in pratica. Chi costruisce i muri sappiamo da che parte sta. Ma la parte di chi il muro lo subisce può variare considerevolmente. Perché vivere al di qua di un muro, esserne prigioniero, è, alle volte, esperienza foriera di potenzialità. È evidente: se non posso allungare il collo per sbirciare dall’altra parte bene, mi accontenterò di guardare con più attenzione ciò che ho qui, a disposizione per me. Riuscirò a far scaturire riflessioni e pratiche che mi vengono ispirate quasi esclusivamente dalla piccola parte di mondo in cui mi hanno costretto. È ricchezza anche ciò. E questo tipo di rapporto con la divisione forzata è avvenuto in diversi contesti lungo la storia (del Novecento e non solo): società chiuse, gelose della loro diversità, intimorite da qualsiasi contatto con l’esterno (spesso occidentale) che hanno a disposizione una cultura millenaria, fatta di parole segrete, spiritualità e monumenti resistenti alla forza corrosiva del tempo. Forse l’esempio che più si presta, se si parla di muri fatti senza i mattoni, è quello dell’Unione Sovietica: esauritasi la forza propulsiva dell’Ottobre, a partire dagli anni Trenta il regime ha operato una netta politica di chiusura dal punto di vista sociale, e di conseguenza intellettuale: difficile uscire ed entrare dal paese, impossibile far arrivare un romanzo di Faulkner e in generale della letteratura americana, controllo oppressivo sulla produzione artistica da parte di una censura soffocante. Neppure gli artisti più “ortodossi”, quelli che fin da subito offrirono cuore passione braccia ed intelletti alla causa della Rivoluzione, attraversarono indenni gli anni della repressione staliniana: Ejzenštejn venne guardato con sospetto dopo un lungo viaggio ad Hollywood, e le migliaia di metri di pellicola girati per Que viva Mexico, attese a Mosca per il montaggio, non arrivarono mai. Majakovskij, deluso dalla politica e massacrato dalla critica negativa del partito, si diede un colpo alla bocca lasciando in calce, su una busta, quasi si trattasse di un epitaffio, il celebre distico “E, per favore, niente pettegolezzi”. Quegli anni rappresentano il momento di maggior chiusura intellettuale da parte dello Stato, in Unione Sovietica come in gran parte del mondo. Ma la cultura trova altri sentieri, e l’uomo unisce al genio artistico anche una buona dose di ingegno materiale. A partire dagli anni ’50 e ’60 i giovani scrittori in erba della Russia socialista trovano nel samizdat (letteralmente “pubblicare da sè”, l’originale russo è il titolo di questo articolo) il metodo più efficace per aggirare, scavalcare ed abbattere muri. Diffusione clandestina di scritti illegali, magari già censurati, all’interno di una vera e propria catena di distribuzione: l’autore scriveva il testo facendo alcune copie con la carta carbone, poi le distribuiva agli amici; se questi lo trovavano interessante lo distribuivano a loro volta, raggiungendo così gli angoli più remoti del paese. Grazie al fatto di richiedere strumenti tecnici semplicissimi, era l’unico mezzo praticabile in URSS per aggirare il monopolio statale sulla circolazione delle idee e delle informazioni. I fascicoli passavano rapidamente di mano in mano, e capitava di avere in lettura un testo per una sola notte, perché la lista d’attesa era lunghissima. Allora il fortunato passava la notte in bianco, immerso nella lettura, talvolta invitando gli amici a partecipare all’evento. Ed ecco il limite tramutarsi in occasione, in ispirazione creativa, ma anche in forza associativa capace (solo potenzialmente) di creare nuclei attivi di cittadini per un’idea politica ed estetica alternative.

Ebbene, quanto di propriamente russo possiamo leggere nei testi di Bulgakov, Pasternak e Solženicyn? E nei film di Andrej Tarkovskij? Beh, l’intero universo che li ha guidati nelle loro composizioni. Essere figli e vittime di uno spesso muro, con la difficoltà o l’impossibilità di superarlo, anche solo per poco, fa nascere rabbia ma anche compassione e commiserazione per quella piccola grande Russia che, come in Nostàlghia dello stesso Tarkovskij, è la mamma che aspetta, un po’ consumata dagli anni, nel prato di una cascina. Il grido silenzioso di questi grandi era proprio questo, il prato della cascina materna: le proprie radici, la propria lingua, i propri affetti. Ma niente muri, mai più.

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