Resoconto delle sventure e dei disastri che accaddero a…

di Mattia Guarnerio

Ci sediamo su una panchina. Fa caldo. Ci fissiamo negli occhi. Un’eternità. Un bacio, un pianto, una promessa. Non piangerò, quando tu chiuderai la porta, quando te ne andrai via per sempre. Provo a sorridere. Ci alziamo. Ti tengo la mano. Un tuffo al cuore. Ti lascio volare.

Quasi subito, ho infranto il giuramento. Ho pianto e ho strillato. Ho incendiato l’asfalto del provinciale, incenerito dall’addio. Senza accorgermene, eccomi a piangere sul letto.

Mi mancano le coccole: sul divano, al buio, sotto le coperte. Guardiamo un film? Sì: ho scelto il tuo favorito. Non lo abbiamo mai visto insieme. Spengo la luce e faccio partire lo streaming. Ti stringo forte a me. Cerco di trattenere le lacrime.

“Barry Lyndon”, a tratti, mi ricorda un film muto. Kubrick sarebbe d’accordo. Barry seduce Lady Lyndon. Si siede al tavolo di gioco, un languido incrocio di sguardi. Poi lei esce a prendere una boccata d’aria, lui la segue. Un lunghissimo silenzio. Un bacio senza parole. Il Trio di Schubert avvolge la scena. Intoni il motivetto, lo conosci a memoria. Mi vengono i brividi.

Un abbraccio magistrale fra immagine e suono, frutto di un accostamento imprevisto. Inizialmente, si era imposto di impiegare solamente musica del diciottesimo secolo. Pretendeva una coesione maniacale nella rievocazione storica, fra vista e udito.

Si rivelò una regola fondamentale eccessivamente rigida. Gli costò giorni e giorni di ascolti settecenteschi. Consumò ogni vinile che si potesse scovare sugli scaffali, finché non si rese conto della generale inadeguatezza dei brani. Non poteva ripescare, dal sentimento di quel periodo storico, un adeguato accompagnamento ad una storia d’amore tragico.

Aprì gli occhi. Decise di impiegare il Trio nº2 per pianoforte, violino e violoncello di Schubert, in Mi bemolle maggiore, datato 1827. Scelta azzeccata.

I miei occhi si perdono a fissare la patina bianchiccia del soffitto. Il sottofondo continua a cullarmi, come se fosse te. Ora che ci rifletto, la pensavi come il regista. Forse è per quello che adoravi “Barry Lyndon”.

Kubrick spesso abbandonò l’intento di creare colonne sonore originali per i suoi film. Per quanto bravi fossero i migliori compositori con cui avrebbe potuto collaborare, credeva, non avrebbero mai raggiunto il livello di Beethoven, Mozart o Brahms. Perché abbassarsi a un livello inferiore invece di attingere a piene mani dai repertori orchestrali del passato, o del suo tempo?

Non di rado, accompagnamenti inseriti provvisoriamente nelle sue pellicole, ritenuti, in principio, basi per un lavoro di composizione di musica originale successivo, fecero parte delle colonne sonore definitive. Così andò, ad esempio, nel caso di “2001: Odissea nello Spazio”.

Tu che saltellavi in giro per casa raggiante, intonando i motivi dei classici, che non potevo riconoscere; tu che volevi un bene immenso a Calimero, il tuo pianoforte a coda; tu che mi supplicavi di far partire le sinfonie di Beethoven, per consolarti di non stare con un’anima gemella che ti potesse comprendere: tu saresti stata d’accordo con la sua scelta. Per me sarebbe stato indifferente e non ne avrei capito nulla, ma tu non mi avresti giudicato.

Non ce la faccio più a resistere. Spengo il televisore. Sto annegando. Ho già voglia di chiamarti, anche se stai sicuramente dormendo. O magari stai piangendo, con me.

Non ascolterò più musica classica. Non riuscirò più a guardare i tuoi film preferiti. Ma ti prometto che, quando tornerai, li finiremo tutti. Abbracciati, immersi nella melodia.

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