Primavera artistica

di Samuele Togni

Un uomo come tutti noi giunse un giorno davanti ad un bivio e non seppe più proseguire. Tuttavia non poteva rimanere per sempre fermo in quel punto, perciò si rivolse alla propria logica per decidere la strada. Questa si manifestò prontamente e, dopo un paio di ragionamenti, gli disse che, per forza di cose, una delle due vie fosse per lui più conveniente dell’altra. <<Sì, ma quale?>> chiese l’uomo. La logica da sola non seppe rispondere. Egli si rivolse quindi alla propria conoscenza, in particolare a quella geografica, ma il sapere che la strada più corta fosse quella in salita e che la strada in discesa fosse quella più lunga non lo aiutò affatto. Anzi, rese ancora più complicata la scelta. A quel punto intervenne la sua immaginazione, rimasta fino ad allora in un angolo buio del suo cuore. Essa gli descrisse una terza via invisibile allo sguardo, nuova e tutta da scoprire. L’uomo la ringraziò, alzò il piede con cui iniziava ogni percorso e continuò il suo cammino.

Questa storiella senza pretese (non è infatti sua intenzione prendersi gioco né della logica, né della conoscenza) ha un suo significato: non si può intraprendere nessuna strada nuova se prima non la si è immaginata. Interessante, ma che cosa ha a che fare tutto ciò con il cinema? Proviamo a dare una risposta.

Il cinema, come del resto tutte le arti, ha sicuramente la grande possibilità di forgiare immaginari, i quali hanno molto spesso la non meno grande capacità di arrivare ad influenzare la realtà. In quale modo misterioso questo sia possibile è una bellissima domanda, ma forse proprio per questo non è poi così importante sapere la risposta.

Quello che interessa davvero è che di fatto l’arte continui ad ispirare uomini e donne e continui a convincere le persone ad agire, come se gli artisti fossero i primi portavoce di chi, che sia per motivi politici, psicologici, pratici (e così via…), non riesce o non può parlare. Tutto questo non solo è riscontrabile nell’intera storia dell’arte (spesso usata come primo linguaggio rivolto alle persone), ma anche nella storia recente ed in particolare nella primavera araba. Questa infatti è stata storicamente preceduta (oltre che accompagnata e seguita) da una primavera artistica, senza la quale la miccia della rivoluzione non avrebbe trovato forse alcuna scintilla.

Un caso che salta subito agli occhi è Essaida, film del tunisino Mohamed Zran uscito nel 1996, ben prima dello scoppio delle insurrezioni del 2010 nei confronti di Ben Ali (presidente della Tunisia dal 1987, accusato durante le proteste di corruzione, negazione della libertà di stampa e repressione politica). In Essaida, il pittore di Cartagine Nadil (che rappresenta l’uomo della borghesia di Ben Ali) incontra ed utilizza come suo modello artistico il giovane Amin (che simboleggia la rabbia del popolo in miseria), abitante del povero ed abbandonato a se stesso quartiere di Essaida. Nello svolgersi delle scene Amin, sentendosi utilizzato dal pittore, si ribella a Nadil, che verrà poi scacciato dagli abitanti del quartiere con le stesse identiche parole (<<Erhil, degage!>>) con le quali inizierà la rivoluzione del 2010.

La stretta relazione tra il film e la realtà è evidente ed innegabile. Innegabile non solo ora, alla luce degli effettivi eventi, ma anche negli anni in cui il film circolava nei cinema e il regime non aveva alcun sentore di crollo. Se i tunisini non avessero visto nella finzione cinematografica la loro stessa realtà, ciò avrebbe per loro significato continuare a sottomettersi al dominio di chi l’arte la censura, di quei poteri che ripetevano al regista “quella che mostri nel film non è la Tunisia di Ben Ali”.

Oltre a Zran, molti altri registi tunisini si sono mossi con i loro film prima della rivolta, sfruttando al massimo le armi dell’arte, che sono la fantasia e la poesia, la forza emotiva e l’ironia. Quest’ultima è tipica in particolare di Cinecitta, film del 2008 di Brahim Letaief: una storia di giovani registi che, sentendosi negati i finanziamenti pubblici per il loro film, definito inopportuno dalle istituzioni culturali per gli argomenti trattati, decidono di rapinare una banca. Il film è provocatorio e divertente, con continui rimandi al cinema italiano (come suggerisce il titolo) e totalmente autoprodotto, in perfetto connubio fra arte e autobiografia.

Questi registi, così come Jilani Saadi o Mohsen Melliti per citarne altri, hanno saputo mostrare una Tunisia diversa da quella del politicamente corretto, e sono riusciti a farlo perché, da artisti quali sono, hanno saputo vivere ai margini, se non fuori e aldilà, degli schemi delle istituzioni.

Spronerei quindi chiunque ad andare a cercare e a guardarsi le loro pellicole, affinchè siano di insegnamento, e che aiuti anche a riconoscere gli artisti veri e la realtà vera pure nel nostro mondo occidentale, dove apparentemente tutto funziona a meraviglia e dove quindi, sempre apparentemente, non c’è alcun bisogno di arte.

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