Presuntuosa introduzione alla settima arte

di Andrea Calini

Che cos’è esattamente il cinema? Se dovessimo spiegarlo a un ipotetico analfabeta della settima arte, uno che non ha visto mai nemmeno un film, cosa diremmo per prima cosa? Cosa gli faremmo vedere?

Prendete Mulholland Drive, per esempio, di David Lynch. 2001, film manifesto del suo cinema (sospeso tra la percezione soggettiva e lo sguardo oggettivo, è la finzione stessa del cinema a svelare l’impossibilità di distinguere ciò che è reale e ciò che non lo è). Di notte, dopo l’amore, due donne escono dal letto e vanno in un club della città (che, non casualmente, è Hollywood). Lo spettacolo al quale assistono è strano, ambiguo: “tutto è un’illusione, tutto è registrato”. Come al cinema, insomma. Perché le donne sono turbate, dunque? Non è il senso stesso dell’andare al cinema accettarne la finzione? Lynch ci lascia nel mistero. Ma una cosa va notata: quello che le due protagoniste sperimentano dal vivo non è ciò che di solito si vede al cinema. Non è il prodotto di finzione finito e rifinito nei suoi dettagli. No, loro sperimentano il suo dispositivo. La scena ci fa vedere che il cinema è una macchina, e che insieme è un’illusione.

“Non è una finestra sul mondo, non è un’arte realistica, ma una macchina complessa che produce immagini, senso, emozioni e rapporti.” È macchina, certo, ma in cui giocano fattori diversi (la tecnologia e l’immaginario, l’industriale e la percezione). Un insieme di meccanico, umano e relazionale. Le classiche coppie antitetiche vengono meno, si configurano diversamente, formando un’osmosi più che delle opposizioni.

Prendete Quarto Potere, di Orson Welles (1941). La scena del tentato suicidio di una delle protagoniste. La sequenza è passata alla storia come esempio cristallino della carica oggettiva e documentaristica che il cinema sa dare della realtà. E invece l’immagine è resa con un trucco cinematografico (doppia ripresa successivamente sovraimpressa). Risultato artificiale del lavoro di messa in scena, e delle potenzialità del dispositivo stesso.

Prendete La donna che visse due volte. Alfred Hitchcock, del 1958. Judy si trasforma in una sosia di Madeleine, e alla fine della pellicola si presenterà a Scottie, che vuol far rivivere di nuovo la donna amata. La sua immagine è in sovraesposizione, con i contorni, le sfumature e i colori meno nitidi del resto dello spazio. È un fantasma (come le immagini dei film, che esistono solo sullo schermo, dopo due ore spariscono). E che parlano alla nostra psiche e si intrecciano con i nostri di fantasmi.

“Per creare emozioni, illusioni e piacere. Fantasmi dell’illusione. Forme dell’irrealtà.”*

Per approfondire, consiglio la lettura de

*La macchina del cinema, di Paolo Bertetto, edizioni Laterza. Libretto agile e scorrevole, 170 pagine per approcciarsi, da profani, al mistero di un’arte ancora giovane e, forse, già vecchia.

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