“Maps to the stars” – Hollywood denudata

di Aronne Togni

In un periodo in cui si parla molto e con modalità alquanto discordanti dei lati oscuri di Hollywood, tra molestie e ipocrisie, coperture degli scandali e clima di caccia alle streghe, può essere utile riguardare un film del 2014, diretto da un noto regista canadese, che mette in luce le ‘ombre’ della cosiddetta ‘fabbrica dei sogni’ (commerciali). Il regista è David Cronenberg, che il 15 di marzo compirà  75 anni (¾ di secolo), e il film è “Maps to the Stars”, finora ultimo lavoro dell’autore.

Gli ambienti dove lavorano le star di hollywood (aristocratiche e per nulla artistiche) sono asettici e pulitissimi, ribaltando (apparentemente) la corporalità delle scenografie cronenberghiane ‘classiche’. Mostrando un mondo immacolato, l’autore conferma la sua poetica: questo ordine da vetrina rivela una patologica ossessione per il mascheramento di tutto ciò che è organico, arrivando a nutrire quasi una fobia per la puzza. Come in “Cosmopolis”, da cui riprende tra gli altri Robert Pattinson (qua però convertito da padrone a servo/autista), il sesso dei potenti è un sesso finto, esibizionistico, dispregiativo, improntato sullo sfruttamento, superficiale, banale, ipocrita, possessivo e calcolato. Agatha (Mia Wasikowska), con le sue ustioni, ribalta e distrugge questo sistema improntato sul controllo, riportando a galla tutti gli spettri (reali, fisici) e i segreti che essi rappresentano: il controllo non potrebbe e non dovrebbe esistere tra gli esseri viventi, perché il corpo è per sua natura incontrollabile, imprevedibile, sovversivo, caotico e anarchico! Quando i personaggi potenti (Havana/Julianne Moore, ma anche Stafford/John Cusack) si trovano a dover affrontare questa realtà  (ovvero l’inesistenza del controllo), inevitabilmente subiscono uno sconvolgimento della psiche che li porta alla (auto)distruzione. Nonostante la ricchezza, la pulizia e l’ipocrisia, i divi e le dive di Hollywood non riescono a raggiungere lo status di Stelle, perché le Stelle, quelle vere, fisiche, sfuggono nella loro corporeità alla possibilità del controllo. Sono queste Stelle, perse nel caos del cosmo, a cui Agatha e Benjie (Evan Bird) volgono il loro sguardo alla fine del film, allontanandosi dalla finzione e dall’opportunismo della società in cui sono nati e cresciuti per abbracciare un’irrazionalità genuina, spirituale nel suo essere sorporale.

Chiudo qui, anche se sono numerosissime le riflessioni che si possono trarre dalla visione di “Maps to the Stars”. Ma queste riflessioni necessitano di una continua messa in discussione per evitare un ristagno in interpretazioni intellettuali auto-compiaciute: bisogna mutare in continuazione la visione di questo film, come del resto bisogna mutare in continuazione la visione di tutta l’arte di David Cronenberg. Perché lui, da Artista, ha sempre dimostrato, e continua a dimostrare, di mutare senza sosta!

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