Intervista ad Alberto Valtellina

di Rosamarina Maggioni e Marta Naldi

Dal 1977 Alberto Valtellina lavora all’interno della cooperativa Lab80 con l’obiettivo di affiancare alla struttura dell’associazione culturale cinematografica, nata nel 1956 come cineforum di Bergamo, una parte dedicata alla produzione. Negli ultimi due anni si è occupato principalmente di distribuzione, valorizzando questo settore. Lo incontriamo in un pomeriggio di gennaio.

Altro: Cosa ti ha portato ad interessarti al mondo del Cinema e come ci sei entrato?

Valtellina: Dopo le superiori mi sono diplomato in fotografia e per dieci anni ho fatto questo lavoro quando, ad un certo punto, ho iniziato ad essere incuriosito dal mondo del cinema. All’epoca era ancora tutto su pellicola, così ho iniziato a girare qualcosa, senza un vero impegno. Nel ’76 ho proposto a Lab80 di creare un settore di produzione propria, senza la pretesa di arrivare a Cannes, ma che consentisse alle piccole produzioni locali di avere un respiro internazionale. L’idea di valorizzare i film con minore visibilità, cercando al tempo stesso di creare qualcosa di nostro, credo sia nata dall’affermazione di Cesare Zavattini, sceneggiatore e scrittore italiano, secondo cui: «Arriverà un momento in cui ogni paese avrà la sua cinepresa e il suo proiettore. Quel giorno le storie di vita verranno raccontate.»

A: Come hai vissuto il cambiamento di prospettiva, da spettatore a produttore di film?

V: Questo cambiamento affonda le radici nel mio percorso precedente almeno da due diversi punti di vista; da un lato, già quando studiavo fotografia mi accorgevo che mancava movimento, un’ottica più dinamica. D’altro canto, quando ero spettatore volevo esserlo in modo consapevole. Cercavo di acquisire sempre e di essere attivo, ma non ho mai imparato: si continua sempre ad imparare.

A: Analizzando il fenomeno cinematografico da un punto di vista antropologico, è vero che esistono diversi tipi di approccio dello spettatore alla pellicola? Per esempio uno ludico, uno consumistico, uno più esperienziale…

V: Sono d’accordo con i profili che hai delineato. C’è chi affronta il cinema come un divertimento, un intrattenimento piacevole, chi deve vedere ogni film nuovo al più presto, chi ricerca consapevolmente uno strumento per avere nuovi punti di vista sulla realtà…
Questi profili sono legati anche all’offerta, alla tipologia di distribuzione… proprio su questo mi sono focalizzato negli ultimi due anni, facendolo diventare una parte importante di Lab80.
Era necessario cambiare filosofia e aprirsi ai nuovi supporti tecnologici: la distribuzione era ferma ai tempi della pellicola, ma dal 2014 con l’avvento del digitale questa modalità è desueta. Molti film non possono più essere proiettati e la spedizione delle pellicole costa troppo.
Anche i protagonisti della proiezione sono cambiati: la figura del proiezionista non esiste più per esempio, dato che il digitale è automatico. A fronte di queste evoluzioni tecniche, il sistema distributivo non si è ancora evoluto.

A: Come funziona il sistema distributivo in Italia?

V: Lo schema distributivo italiano è delirante. Tradizionalmente le società più importanti avevano sede a Roma. Oltre ad esse ce ne sono altre che si sono consorziate e hanno agganciato il sistema regionale che serviva per gestire la produzione quando era più difficoltosa. Adesso invece nel loro insieme queste agenzie filtrano e bloccano il mercato. Il sistema è insensato e radicato ed è talmente chiuso da essere paragonabile a una mafia: infatti nel loro insieme finiscono per escludere le piccole distribuzioni.
Si basano sull’assunto che vi sia un solo tipo di pubblico e che si guadagni solo con pellicole commerciali. Questo sistema fa male al cinema, ne ostacola l’evoluzione e non considera che ci sono persone che vorrebbero vedere altri tipi di film.
Un recente esempio ha mostrato che esiste un mercato per una distribuzione diversa. Nel 2013 due donne hanno aperto un cinema a Milano. Poiché le agenzie regionali della grande distribuzione chiedevano per cedere le loro pellicole un minimo garantito, le due esercenti hanno rifiutato e hanno proiettato solo film di piccola distribuzione. Dopo quattro anni sono stati gli stessi grandi distributori a chiedere di proiettare i loro film.
Non c’è un solo pubblico, ne esistono di diversi. Ma esiste una cosiddetta “lost generation”, una generazione che vorrebbe qualcosa di diverso ma non ha la possibilità di averlo… questa generazione è creata dal sistema distributivo italiano che mira alla pancia e non alla testa dello spettatore, producendo una omogeneizzazione del mercato. Vedendo tutto quello che non è poesia, qualcosa di bello rimane: alcuni piccoli film riescono a sopravvivere. Sono però prodotti di nicchia: pur avendo potenzialità, pochi li conoscono.

A: Come pensi sarebbe la tua vita se il cinema non ci fosse?

V: Credo di non saper pensare a una vita senza il cinema. É sempre stato parte integrante della mia vita fin da quando ero giovane: per me è una necessità, non uno strumento. Mi verrebbe da paragonarlo alle donne; è qualcosa che incuriosisce, attrae e affascina chiunque voglia farsi coinvolgere dalla sua magia.

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