Il servizio del cinema

Ma, a cosa “ci” serve andare al cinema? A me, che sto scrivendo; a te, che stai leggendo?

La prima risposta è la più facile, già sentita. È quella stessa che può funzionare anche per la letteratura, che del cinema è parente stretta: servono a dis-locarci. A toglierci dal qui per portarci nel là, laddove il grigio delle nostre banali esistenze si definisce nel rigoroso bianco e nero o nello smagliante technicolor della pellicola, un là dove il lungo e noioso piano sequenza della nostra giornata viene tagliato in inquadrature incisive. Un là dove i protagonisti si incontrano al momento giusto, si innamorano, vivono felici e contenti sulle onde della sigla di chiusura o, se si lasciano e arrivano perfino al suicidio, hanno sempre una chance di resurrezione nel film successivo. Anzi, il dramma riprodotto sullo schermo ha quella bella funzione catartica –ipse dixit-  per cui possiamo esclamare: “È stato proprio un bel film: ho pianto tanto”.

Ma non è solo questo: i film, insieme al vasto repertorio degli audiovisivi e delle immagini (quadri, pubblicità, sculture) che ci invadono gli occhi, contribuiscono a creare una specie di archivio capace di “inquadrare”, di dare forma e significato al presente del nostro “reale”. Insomma il modo con cui costruiamo le nostre credenze rispetto al mondo “vero” dipenderebbe anche dalla nostra memoria delle immagini, assunte in forma cinematografica e non, secondo la tesi di Francesco Zucconi (La sopravvivenza delle immagini al cinema. Archivio, montaggio, intermedialità.). Seguendo questa ipotesi ci si allontana così da una funzione accessoria del cinema. Ma lasciamo ai cultori della materia il gusto di andare a leggere la ricca documentazione che l’autore del saggio utilizza per argomentare la sua tesi e torniamo alla domanda iniziale.
Ci siamo ormai abituati a dividere quel che facciamo in utile o superfluo, anche a partire dalla scuola che ci insegna subito la gerarchia tra discipline importanti e materie di contorno. Guai a perdere un’ora di matematica (se perdo un’ora poi non capisco, se non capisco prendo un brutto voto, se mi va male vado a settembre e se non so mi bocciano, non entro nelle facoltà importanti, quelle che mi daranno facilmente il lavoro ecc ecc. Questi, o più o meno questi, sono i pensierini legati a un’idea di mondo dove la scienza e la sua ancella –la tecnologia- la fanno da padroni.) Invece il destino delle ore di storia dell’arte, delle letterature, la mancanza per esempio di un’educazione musicale nelle scuole superiori non pesano sulla bilancia dell’utile.

Quindi è evidente: il cinema non serve a niente. È così se si pensa che l’uomo che sa far di conto sia altro dall’uomo che sogna e da quello che cerca di dare un senso a sé e al mondo.

Quando Lubitsch nel ’42 firmò il suo “To be or not to be”(“Vogliamo vivere!” nella versione italiana) o quando Chaplin nel ’40 costruì la grande parodia de “Il grande dittatore” non sconfissero Hitler: ci vollero lacrime e sangue. Ma costruirono un vaccino, un segmento di quell’archivio che ci potrebbe immunizzare rispetto all’avvento del Male prossimo venturo. Insomma, se la Yourcenar diceva che “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire” possiamo aggiungere alle biblioteche anche i cinematografi. E pace se sono collocati nei centri commerciali.

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