Al cinema

di Giulia Citerio

Amo stare al cinema. L’odore dei pop-corn caldi, i visi illuminati dalla luce instabile dello schermo. Mi piace particolarmente osservare i primi arrivati, che con una lieve espressione agitata prendono posto frettolosamente, quasi come se il numero sul biglietto che stringono in mano non fosse garanzia sufficiente, e gli ultimi che, nella penombra della sala, cercano goffamente di vedere in che fila sedersi. Ma il mio momento preferito è quando inizia il film. Guardarli sistemarsi nelle poltroncine e assumere l’aria soddisfatta e lo sguardo curioso. Mi piace guardare le mani innamorate intrecciarsi tra loro, e quelle ancora sconosciute cercarsi timidamente per potersi sfiorare. Mi piace guardare le espressioni e i piccoli gesti di chi, sentendosi solo spettatore, si spoglia dei filtri, al sicuro dallo sguardo del mondo. Eppure io sono lì, unico osservatore di fronte all’esibizione dell’umanità che guarda pensando di essere non vista. Ogni sera, per quanto il film venga riprodotto più volte, e nonostante la sala sia sempre la stessa, ogni sera lo spettacolo è diverso. Se anche un giorno per assurdo ci fossero tutte le stesse persone, agli stessi identici posti, sarebbe comunque diverso. Perché il vero spettacolo sono loro: i visi cercare la spalla del vicino, le mani coprire gli occhi spaventati o le bocche stupite, i corpi sobbalzare o essere scossi dai singhiozzi di una fragorosa risata. Io sono in una posizione avvantaggiata: li lascio sedere e rialzarsi con la profonda convinzione di essere venuti per guardare me, mentre di fatto io sono lì per guardare loro. Anche se, ad essere sincero, non mi sento solo spettatore. Devo ammettere che mi piace potermi pensare un po’ direttore d’orchestra. E’ un gioco tra me e me, ed è un gioco che amo fare. Ogni sera, una volta spente le luci, si apre il sipario immaginario, io mi aggiusto il papillon, faccio un inchino appena abbozzato, mi giro verso di loro e do il via. E loro, esecutori di emozioni, mi guardano attenti e a un mio gesto scoppiano all’unisono in una sonora risata, o in un assolo di fazzoletti spacchettati per assecondare nasi che tirano su rumorosamente. Intanto io orchestro il tutto con meticolosa attenzione e sincronizzata precisione. Mi piace pensare di coinvolgere anche l’indifferenza. C’è sempre qualcuno indifferente, qualcuno che al cinema non ci voleva venire, che voleva guardare altro o semplicemente non è stato catturato dalla pellicola quanto sperava guardando la locandina. Eccoli, in un angolo, distratti, lo sguardo perso nello schermo del cellulare, sottofondo lento e costante alla mia melodia. Tanto lo so, mi basta un cenno, una leggera scossa della mano sinistra, ed eccoli ricatturati. Tutti loro, ogni loro emozione, intuizione, squilibrio momentaneo della loro quotidianità, tutto questo è musica. La mia musica. Mi attraversa, mi inebria, mi riempie. Poi, in un attimo, l’incantesimo si spezza. Con l’accendersi delle luci gli occhi sbattono abbagliati, le schiene si stiracchiano e gli spettatori smettono di essere spettatori e tornano ad essere loro stessi, ognuno con le sue vite e le proprie chiavi della macchina da cercare. E all’improvviso non sono più soli. All’improvviso si accorgono degli altri, che ormai erano mimetizzati e assorbiti dalle poltroncine, e gli sguardi degli altri addosso riportano tutto alla normalità. Riportano l’esibizione di controllo sulle proprie azioni e sulle proprie espressioni come se niente fosse, facendo dimenticare presto la sensazione di intima protezione di poco prima. Ed io ripongo con un gesto lento, e forse un po’ troppo teatrale, la mia bacchetta e abbassando appena la testa per salutarli, li guardo andarsene. Nessuno lo saprà mai, è un gioco solo mio. Nessun regista si arrabbierà mai con me, anonimo schermo qualsiasi, per avergli rubato la paternità del suo lavoro. Solo io mi ci sento proprietario. Nessuno dirà mai “commovente l’esibizione di questo schermo”, “lo schermo di stasera è stato un artista”, eppure è esattamente quello che immagino dirsi tra loro, mentre, stretti nei loro cappotti e un po’ sbadiglianti, tornano alle loro case.

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