Una nozione comune

di Giulio Bonandrini

Abbiamo davvero qualcosa da dire sui beni comuni?

Perché è così difficile parlare dei beni comuni? Pensiamo davvero che esistano dei beni comuni? E dove inizia un bene comune?

Non è già tutto chiaro? È di tutti ciò che non è (ancora) mio, poi quando lo sarà, vedremo, magari sarà di tutti quella cosa un po’ più in là, appena fuori dalla mia portata. Insomma, tutto ciò che non mi è a portata, tutto ciò che non posso difendere con le armi che mi sono date: ecco, quello è tutti, questo è mio.

No aspetta, ci riprovo.

Cercando di ragionare con linearità non verrebbe naturale rispondere che i beni comuni sono quelli che non sono di nessuno? Quindi, continuando, esistono cose, beni, che sono di qualcuno e cose che non sono di nessuno, quindi di tutti. Ecco, queste cose che non sono di nessuno/tutti sono il bene comune. Chi deve prendersene cura? Tutti? Nessuno?

No aspetta, non va bene nemmeno questa.

Anche nella parola bene viene sotteso un giudizio (positivo ovviamente) sulle cose, giudizio borghese, che è esattamente ciò che va indagato per arrivare alla radice di una qualsiasi discussione sulla condivisione dello spazio e delle cose che lo abitano o che ivi vi presenziano. È facile constatare che anche per la società, e di società si sta parlando, un oggetto in quanto tale è un bene, uno spazio è un bene, un’idea è un bene. E tutte queste cose sono cose e basta. E sono di tutti, tutti se ne devono occupare nel rispetto degli altri, da ognuno secondo le sue possibilità, a ognuno secondo le sue esigenze.

No aspetta, non mi convince nemmeno questa.

Anche nella discussione sui beni comuni bisogna stare attenti a non incappare nel paradosso di poter decidere noi come intervenire nella discussione presupponendo che sia la nostra posizione a essere quella giusta, a non porci come proprietari dello spazio/bene comune e in questa veste deciderne la giusta destinazione d’uso. Quanto è difficile tirarsi fuori da questa logica? Qual è lo spazio che ci viene concesso da questo rigore? È giusto limitarsi nelle proprie pretese a fronte di un Altro che minaccioso arriva a tirare la linea della sua proprietà? Non accampare diritti (ma anche solo valutare con serietà il peso, la consistenza e il valore di ciò che si dice, si pensa, si fa, si ha) su un luogo non equivale forse a lasciare che siano altri ad accampare i loro? E chi mi dice che i loro diritti siano migliori dei miei?

No dai aspetta, ce l’ho ce l’ho.

Ecco forse, un salto è necessario. Dopo il riconoscimento di tutte queste circolarità, si decide di fare un salto di lato: se davvero nessuno ha più diritto di qualcun altro, e non perché l’altro non ha più diritti di me o io gli concedo qualcosa che mi spetterebbe, ma perché riconosco la mia impossibilità a tracciare una linea, a chiamarmi in diritto di dire fare sentenziare e, insomma, decidere, ecco qui, io credo, iniziamo a intravedere un qualcosa che può che potrebbe essere comune, nemmeno un qualcosa, sarebbe forse meglio dire un che, un che di comune, basato sulla discussione, sul dialogo, sul confronto e con un unico obiettivo, l’unanimità.

No aspetta, ci provo ancora…

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