Un ago in un pagliaio

di Rosamarina Maggioni e Francesco Marinoni

C’era una volta un atomo di ossigeno che se ne stava, solo soletto, in un punto imprecisato dell’universo. Nel suo girovagare aveva attraversato galassie, nubi molecolari e costellazioni, stando sempre ben attento a evitare i buchi neri; gli era persino capitato di gareggiare con una cometa, una volta. La sua esistenza fino ad allora non era certo stata banale: pochi atomi potevano vantare una tale esperienza da viaggiatore, si era addentrato in luoghi inesplorati e ne era uscito sempre indenne.

Tuttavia l’aver compiuto queste imprese l’aveva sempre impegnato a tal punto che non aveva mai instaurato alcun legame con i suoi simili. Era un caso veramente straordinario, quello del nostro atomo di ossigeno. Si era limitato a guardare di sfuggita, quasi con aria di superiorità, tutti gli altri elementi del cosmo, intrappolati, prigionieri (o almeno così apparivano ai suoi occhi) in un qualche composto o molecola. Erano così impegnati nel creare dei legami con altri atomi, non sempre facili da mantenere, che ai suoi occhi gli erano sempre apparsi piccoli e insignificanti e non si era mai nemmeno degnato di fermarsi a scambiare due chiacchiere.

Dopo tutto quello che aveva vissuto però, si trovava sempre più spesso a dover fare i conti con una noia che lo perseguitava, con la convinzione di aver ormai visto tutto quello che si poteva vedere nell’universo. Certo è però che mai si sarebbe aspettato una simile svolta degli eventi. All’inizio quasi non se ne accorse ma, inaspettatamente, sulla traiettoria che lo avrebbe portato dalla costellazione del Carro Maggiore a quella della Cintura di Orione, incontrò qualcosa di simile a lui; più che simile in realtà era uguale, identico, una sua copia esatta. Non voleva crederci.

Era combattuto: da una parte il suo ego era quasi offeso anche solo dall’idea di non essere più l’unico, l’inimitabile; dall’altra la sua curiosità instancabile lo spronava a conoscerlo, a provare a interagire in qualche maniera con lui. Alla fine decise: deviò leggermente dal suo percorso e si diresse verso di lui. Percepiva un qualcosa nell’atmosfera intorno, che lo portava a pensare di trovarsi di fronte a una svolta. Capì che quel momento gli avrebbe cambiato la vita per sempre; e più si avvicinava più questa sensazione cresceva.

Arrivati al momento in cui i due si trovavano ad una distanza che gli permetteva di parlare, fu l’altro a prendere l’iniziativa:

<<Pensavo di essere l’unico…>>

<<Anche io.>>

<<E invece siamo qui, uno di fronte all’altro.>>

<<Ho sempre creduto di non avere uno scopo, una meta…>>

<<… e invece ora che sei qui ti rendi conto che stavi solo aspettando questo momento, non è vero?>>

Bastò un nanosecondo. Un attimo prima erano due sconosciuti, un attimo dopo erano una cosa sola. Una molecola. Non sappiamo bene chi dei due cedette per primo né il perché. Quel giorno però trovarono l’equilibrio, la chiave per raggiungere la stabilità. Condividendo metà di loro stessi: i loro elettroni. *

*Si fa riferimento alla teoria MO: tutti gli elettroni degli atomi della molecola sono condivisi e ospitati nei cosiddetti orbitali molecolari.

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