Prospettive – Beni comuni

L’auto è privata a priori

di Francesco Placenza

<<Seconda a destra, questo è il cammino>>. Ma non scherziamo! Io prendo la prima a destra e taglio da via Petrarca, così evito di proseguire su via Dante, prendere il semaforo e girare a destra su via Manzoni che è larga ma intasata. Quella la fanno i tram che, dovendo caricare le persone, sono costretti a infilarsi nel traffico delle strade principali; io invece, macchina autonoma e indipendente, posso farla in barba a tutti. Per non parlare di tutti gli altri vantaggi che comporta l’essere un’auto privata: si può fumare, si risparmia tempo, c’è comfort… e potrei andare avanti.

Tuttavia, oggi esiste un nuovo modo di essere una macchina: lo chiamano carsharing. In sostanza, un’azienda mette a disposizione delle macchine dislocate in città e ognuno può usufruirne per andare dove vuole; una volta arrivati a destinazione, si lascia la macchina in un parcheggio in attesa che qualcun altro la usi.

Come avrete notato, e come è ovvio che sia dato che sono un’automobile, non nego la mia simpatia per i mezzi privati. E perciò non posso fare a meno di apprezzare anche questo carsharing, perché in fondo quelle automobili, per quanto vengano usate da diverse persone, restano pur sempre private, in quanto appartengono ad un’azienda. Ecco dimostrato: l’auto è privata a priori, anche quando prova a nasconderlo.

Bicicletta rubata

di Samuele Togni

Ricordo benissimo le avide dita del mio venditore ingozzarsi grottescamente di banconote, mentre io mi allontano trascinata, schiava del mio nuovo padrone. Potete solo immaginare quale disprezzo io possa provare per ciò che gli uomini chiamano proprietà privata.

Allora ero giovane e fiammante come una ballerina, il mio compratore aveva fatto un affare e sogghignava, ma non per molto: lo tradii alla prima occasione, fuggendo attraverso le luci della città con un ladro nella notte.

Non fu il mio unico tradimento, dopo di lui molti altri organismi a base di carbonio mi hanno posseduta come effimera proprietà: avanzi di galera traghettati senza amicizia alla stazione, corrieri della droga senza volto verso altri quartieri… Non di rado ho visto occhi guardarmi con bramosia mentre me ne stavo parcheggiata tra i rottami, non di rado sono stata trafugata indelicatamente… Eppure mai con ipocrisia.

Il mio habitat era la strada, ma la strada non è un toccasana: so già che presto morirò.

Affrettatevi dunque al paradiso dell’alluminio, signore e signori, venite alla discarica, venditori e compratori! Il mio faro proietterà per una volta sola il film della mia cinepresa!

Lo vedrete lì, sotto i vostri nasi, come un bene di tutti, ma sarete incapaci come sempre di guardare veramente tra i pedali ed il manubrio rugginosi, e di provar vergogna scoprendo i vostri sporchi giochi visti dagli occhi di una prostituta dell’asfalto.

Metro

di Beatrice Marconi

I miei occhi scandagliano l’oscurità mentre striscio lungo il tratto di binari percorso già altre mille volte. È la prima corsa della giornata e mi sono appena accorta di avere un tatuaggio nuovo di zecca, inciso con mano inesperta su di un sedile, all’altezza della mia quarta vertebra. Recita: “E + G”. Romantico, anche se meno creativo del numero di telefono allegato a promesse di favori sessuali che ho scoperto ieri. I miei tatuatori di fiducia sono certi bipedi, abitanti della superficie, passeggeri notturni soprattutto. Non che a me provochi dolore essere marchiata; sono piuttosto certi altri bipedi, i “diurni”, a lamentarsene: borbottano frasi sature di parole come “maleducazione” e “degrado”, storcendo il naso e aggrottando la fronte.

Ora che ci penso i bipedi storcono spesso il naso (in gioventù mi ero persino convinta che nascessero con quell’espressione). Con il passare degli anni ho scoperto che esistono mille motivi diversi che portano un naso a storcersi: borse del pranzo dal contenuto maleodorante, ascelle speziate, bicchieri di carta tesi nell’attesa di una moneta, mancanza di spazio vitale (la quale è spesso causa di incontri ravvicinati del terzo tipo con tutti gli elementi precedenti). Arriva però un momento in cui i proprietari dei nasi mi lasciano per tornare in superficie spingendo e sbuffando. È allora che, mentre torno al mio posto nel deposito, faccio il conto di ciò che mi è rimasto appiccicato dentro durante il giorno (colpi di tosse, mani sudate che cercano appigli, un groviglio di odori indistinguibili) e mi trovo a pensare che, in fin dei conti, quello dei tatuaggi è forse il mio minor difetto.

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