La tragedia del libero arbitrio

di Susanna Finazzi

Una spinosa questione moderna riguarda l’aumento della popolazione e le sue conseguenze sulle risorse comuni. L’ecologo Garrett Hardin ne discute nell’articolo “La tragedia dei beni comuni”, pubblicato sulla rivista Science nel 1968.

La tesi, in sostanza, è che in questo mondo siamo troppi e tutti vogliamo libero accesso alle risorse ambientali. Conseguenza: una crisi malthusiana senza possibilità di retromarcia.

Il problema è che ci riproduciamo liberamente. Meno figli significherebbe meno persone che rivendicano il diritto di poter sfruttare l’ambiente: “Associare il concetto di libertà riproduttiva alla convinzione che ogni nato abbia eguale diritto ai beni comuni significa destinare il mondo a un corso d’azione tragico”. Hardin afferma che senza porre limiti alla libertà individuale la tragedia dei beni comuni non può essere risolta: non esiste infatti una soluzione tecnica, cioè “un cambiamento solo nelle tecniche derivate dalle scienze naturali, senza bisogno, o quasi, di un cambiamento dei valori umani o delle idee morali”.

Ciò che occorre in questa situazione è invece ampliare i confini del lecito per trovare soluzioni alternative alla sovrappopolazione. L’appello alla coscienza individuale potrebbe essere un’opzione, ripresa dall’idea di Adam Smith che chi agisce nel proprio interesse favorisce in qualche modo anche l’interesse collettivo. Quando ciò è vero allora “possiamo assumere che gli uomini controlleranno la loro fecondità […]. Se l’assunto non è corretto, dobbiamo riesaminare le nostre libertà individuali ”. Nel risolvere il problema della sovrappopolazione i vantaggi di un blackout dell’etica e della morale sono molti, perché non ponendoseli, i limiti scompaiono. Il controllo delle nascite, ad esempio, si presta a un’infinità di variazioni: metodi neo-spartani come uccidere i neonati o neo-nazisti come la sterilizzazione forzata possono, in linea teorica, essere soluzioni efficaci. Anche la coercizione ha molte declinazioni, tra cui la sempre sfruttata tecnica del far leva sul senso di colpa degli individui. In teoria tutti questi metodi “non tecnici” possono funzionare, ma non nella nostra realtà saldamente ancorata a principi morali non negoziabili.

Se la riproduzione umana è così difficile da arginare allora bisogna limitare l’accesso ai beni comuni. Quale modo migliore della proprietà privata, spesso così marxiamente osteggiata? I criteri con cui si decide chi può accedere alle risorse sono però nebulosi, e spesso complicati dalla questione dei beni non fisicamente delimitabili come acqua e aria. Mi auguro fortemente di deludere chi pensava che un recinto fosse la soluzione definitiva al problema.

Lo stesso ragionamento vale per le leggi che regolano l’uso dei beni comuni, teoricamente imparziali ma in realtà soggette all’interrogativo categorico “quis custodiet ipsos custodes?”.

La tragedia dei beni comuni, in sostanza, consiste nell’impossibilità di regolare il loro sfruttamento in modo che rimangano effettivamente comuni senza calpestare alcuna libertà individuale. Il sistema più vicino a una soluzione è la coercizione reciproca, intesa come male necessario per prevenire un male maggiore (vedi le tasse, a nessuno piacciono ma “una tassazione volontaria favorirebbe chi non ha coscienza civica”).

È forse eccessivo l’aggettivo “orribile” che Hardin usa per descrivere la prospettiva di una gestione comune delle risorse, così come trovo discutibile che “l’ingiustizia [sia] preferibile alla totale rovina” in un’ottica di amministrazione elitaria dei beni. È difficile trovare una soluzione tecnica alla “tragedia”, ma rimango dell’idea che la coscienza possa fare miracoli se adeguatamente allenata per lo scopo per cui pare ne siamo dotati (dicasi una visione d’insieme che ci spinga a pensare al di fuori della nostra sola esistenza).

Hardin applica al nostro caso una massima di Hegel, che mi permetto di volgere in domanda: la libertà è il riconoscimento della necessità? Ai posteri.

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