La musica del mondo

di Matteo Rizzi

Gli studi di linguistica generativa hanno abbracciato ormai da tempo la tesi della monogenesi del linguaggio. In sintesi, così come le differenze di colore, di struttura fisica, di statura, persino di DNA non costituiscono prove sufficienti per parlare di “razze” umane, e così come è di conseguenza più corretto parlare di un’unica origine dell’uomo, lo stesso si può dire per le lingue. Innanzitutto perché il linguaggio arriva da sistemi neurologici che condividono le caratteristiche fondamentali per realizzarlo; in secondo luogo perché storicamente, o almeno così pare, si parlava “nostratico”: un’unica proto-lingua per tutti, un’unica struttura soggiacente da cui poi si sono sviluppate infinite manifestazioni differenti. Le lingue, appunto. E questa era la prima premessa. Per la seconda ci piace l’idea di attingere da un uomo che, “superato” o meno che lo si consideri, ha cambiato la storia della scienza, della sociologia, dell’etnologia, dell’antropologia, e tantissime altre parole che terminano in “logia”. Ossia Charles Darwin. Scriveva ne L’Origine dell’uomo e la selezione sessuale:

«Esso (il linguaggio) differisce molto dalle arti ordinarie, poiché l’uomo ha una tendenza istintiva a parlare (…). I suoni emessi dagli uccelli offrono, per parecchi aspetti l’analogia più vicina al linguaggio, poiché tutti gli individui della stessa specie emettono grida istintive che esprimono le loro emozioni. (…) I primi tentativi di cantare “si possono paragonare all’imperfetto sforzo di balbettare di un bambino. (…) Il linguaggio deve la sua origine all’imitazione e alla modificazione dei vari suoni naturali, delle voci di altri animali e delle grida istintive dell’uomo. (…) Gli uomini primitivi, o qualche primo progenitore dell’uomo, probabilmente usarono prima la voce per produrre vere cadenze musicali, cioè per cantare, come fanno oggi alcuni gibboni»

Insomma, nella prima premessa si legge che il linguaggio (e di conseguenza anche le sue potenzialità comunicative infinite che solo l’uomo ha saputo sviluppare al punto da poter riflettere sulle sue origini, e per cui l’uomo sente di potersi permettere di storcere il naso quando si sente definire “animale”) prima della “Torre di Babele” era un’unica lingua, il “nostratico”; questo era probabilmente una specie di concerto gutturale che via via si è differenziato, fino ad arrivare alle lingue odierne. Nella seconda si legge che il primo fattore scatenante di un fenomeno così grandioso come il linguaggio è stato un tentativo, o forse anche un bisogno, di imitare la natura: e imitare la natura in un modo in tutto e per tutto simile al canto.

Ora, al di là della valenza scientifica di queste considerazioni, e a cui comunque molti studiosi ancora oggi si affidano per spiegare questi fenomeni, si può concludere dicendo, forse rischiando anche di passare un po’ troppo bruscamente dalla scienza al “nulla”, che in fin dei conti è bello pensare che il linguaggio altro non sia che la musica del mondo. O meglio, che la musica è parte dell’istinto dell’uomo e degli altri animali, che la fratellanza universale, innanzitutto degli uomini, e poi di tutte le creature, davvero esiste nel nostro istinto, nei suoni gutturali di un neonato, che altro non sono che il frutto di una sedimentazione di istinti di imitazione della natura. E che quindi altro non sono che musica. E che ognuno di noi, nei primi momenti di vita, quando ancora non era coinvolto nell’eterna lotta delle creature per l’esistenza, prima ancora di dover fare i conti con coscienze di qualche tipo, prima ancora di appartenere a una diversità sempre più dettagliata e sempre meno inclusiva, ha prestato, per un momento, la sua voce al mondo.


E nel segno di cosa potrebbe mai avvenire tutto questo, se non in quello della musica?

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