La Lega degli Irochesi

di Samuele Togni

Quante volte abbiamo sentito parlare della democrazia di Atene o dell’organizzazione dell’impero romano? Quante utopie politiche sono state immaginate dai “nostri” filosofi? Eppure quello occidentale non è l’unico progetto sociale nella storia umana. Perché quindi non citare un esempio alternativo di modello comunitario? Significherebbe allargare i propri orizzonti e avere il coraggio di mettere in dubbio la vita a cui si è tanto abituati. Si può fare ancora di più e approfondire uno di quei modelli che sono nati praticamente senza interazioni con l’occidente. Perché non sceglierne proprio uno di quelli che gli europei hanno deciso di distruggere e dominare?  È il caso della cultura degli Indiani d’America. Ora ci limiteremo ad un caso particolare, la Lega degli Irochesi.

 La lega nasce intorno al 1570 con il visionario di Da-go-na-we’-da, fondatore e primo legislatore, che riuscì nell’intento di unificare, dopo lunghi conflitti, le cinque nazioni di cui la Lega era composta: Seneca, Caryuga, Onondaga, Oneida e Mohawk. Insieme esse resero unito un territorio che si estendeva per circa cinquecento chilometri dalla valle del Mohawk a est, fin quasi alle cascate del Niagara a ovest.

La domanda più spontanea è: come riuscì la Lega a rimanere unita per più di trecento anni senza conflitti interni? Una delle possibili risposte è l’immutabilità della loro organizzazione politica: cinquanta Sachem (consiglieri del popolo) erano distribuiti, uguali in grado e autorità, nelle cinque nazioni e insieme si confrontavano nel Concilio. Essi erano una carica ereditaria, ma rappresentavano più un compito oneroso che non un privilegio: chi diventava Sachem perdeva il proprio nome di nascita e acquistava quello della carica stessa, al fine di pensare come guida della comunità e non come semplice membro. Detto ciò è chiaro che la misura della loro influenza pubblica non proveniva dal nome, bensì dai talenti del singolo individuo. Il Sachem non poteva combattere se non perdendo la propria carica e tornando al nome precedente e, una volta sceso in battaglia, non aveva nessun valore gerarchico, in quanto in guerra, così come in caccia, le azioni degli Irochesi avvenivano individualmente e spontaneamente.

Un’altra aspetto dell’unità degli Irochesi si trova nei legami forti che esistevano tra le persone delle varie nazioni. Ognuna di queste era divisa in otto tribù, che si identificavano con i nomi e lo spirito di otto animali. L’appartenenza ad una particolare tribù era di origine matrilineare, e i membri di una stessa, pur anche essendo di nazioni diverse, erano considerati fratelli, in quanto figli della stessa grande madre. Accadeva perciò che un bambino dell’orso chiamasse zio qualsiasi adulto dello stesso animale, e fratello o sorella i membri più giovani. La Lega era quindi unita da ragioni ben più profonde di una comune costituzione o di una comune appartenenza ad una stessa “razza”: qui si tratta di famiglia, e di caratteristiche non solo esteriori, ma soprattutto spirituali e legate all’anima dell’animale totem.

Un’ultima cosa da osservare è che gli Irochesi, quando dovettero autodefinirsi, scelsero di chiamarsi “il popolo della lunga casa”, riferendosi alla caratteristica delle abitazioni propria di tutte e cinque le nazioni: una lunga costruzione che ospitava diverse famiglie. La vita delle persone era calata in ogni momento in una dimensione sociale e proprio per questo il modello irochese non è da sottovalutare: noi dopotutto abbiamo un concetto di famiglia molto più ristretto, spesso mischiato al concetto di proprietà privata, e queste idee sono così ben radicate in noi da non poterne più fare a meno. Bisogna quindi indagare l’antropologia, cercando ciò che non è “corrotto” dai nostri punti di vista fondamentali, dobbiamo insomma aprire gli occhi.

(Bibliografia: Lewis Henry Morgan, “League of the Iroquois”)

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