Intervista a Luigi Lombardi Vallauri

di Mattia Guarnerio

Il concetto di “bene comune”, punto focale di questo numero di Altro, non è affatto semplice, né immediatamente accessibile a tutti. Per godere di una visione più ampia riguardo a questo tema, abbiamo provato a metterlo a fuoco con l’aiuto di Luigi Lombardi Vallauri, noto filosofo e professore ordinario di filosofia del diritto.

1) Inizierei chiedendole di pensare all’esempio più lampante, e se vogliamo semplice, che le viene in mente per chiarire cosa lei intenda per “bene comune”. Come lo definirebbe? Quali sono le specifiche condizioni per rendere “comune” un “bene”?

“Bene comune” è quel bene indispensabile a vivere i diritti umani fondamentali: esempi lampanti sono l’aria, l’acqua, la terra, anche e naturalmente la cultura, l’istruzione, le condizioni favorevoli all’espressione creativa della personalità. In particolare, il bene comune è indispensabile al pieno sviluppo della vita umana, garantito dall’Articolo 3 comma 2 della Costituzione italiana. Essendo la nostra Costituzione personalista, i beni comuni dovrebbero quindi essere gratuiti e garantiti a tutti, anche ai non abbienti: ecco perché l’istruzione è libera e gratuita. Un diritto umano fondamentale deve essere garantito anche a chi non può pagare.

2) Crede che la forza della nozione di “bene comune” stia nell’indeterminatezza di ciò a cui rimanda? Ossia: non viene naturale pensare che un bene sia comune quando ogni singolarità lo riconosce come personale? Ognuno spesso identifica il bene comune come un proprio bene: come è quindi possibile che un bene comune debba anche essere un bene per ciascuno?

L’espressione “comune” non significa necessariamente che il soggetto titolare del bene sia una comunità distinta dai singoli. I beni sono anche di ogni singolo e, fra questi, vi sono alcuni che il singolo non è in grado di gestire. Si distinguono, di conseguenza, due categorie di beni: quelli che il singolo acquisisce in prima persona, come il cibo, e quelli che devono essere assicurati da un soggetto collettivo. Quest’ultimo può essere costituito sia dalla comunità dei destinatari, che spesso si fa preferire nell’ideologia del bene comune, sia da un ente pubblico o privato. Personalmente, non sono per un aut-aut, bensì per un et-et, e non escluderei nessuna delle due strade. Alcuni beni possono essere gestiti dalla comunità: un pascolo comune, ad esempio, potrebbe essere affidato alla comunità degli allevatori di pecore; altri, invece, vanno amministrati a livello collettivo alto: quanto durerebbe un volo se fosse diretto dai suoi passeggeri, e non da una compagnia aerea?

3) Crede che il discorso attorno al bene comune sia carico di valenze morali non più sostenibili alla luce del pensiero moderno? È possibile portare avanti un discorso sul bene comune senza introdurre questioni morali prive di fondamento?

È molto difficile fondare un valore morale in un orizzonte, come quello moderno, dominato dallo scientismo tecnologico, o meglio dal riduzionismo scientista, e dall’individualismo possessivo.

4) Ritiene maggiormente necessario un ripensamento del significato del termine “comune” all’interno del concetto di “bene comune” o del contesto sociale in cui viviamo?

Oggi vi è un diritto costituzionale universale e umanista, che tutela sulla carta il bene comune dell’umanità. Dall’altro lato, continuano ad esserci ingiustizie profonde dovute al capitalismo, al primato del valore di merce sul valore d’uso, che genera il problema sociale dell’arricchimento smisurato di pochi e la crisi ecologica.

5) È possibile conciliare la nozione di “bene comune” con la direzione politica, sociale ed economica che il mondo contemporaneo sta seguendo? Non le pare sia un’utopia?

Io sono un difensore dell’utopico, perché la storia è stata promossa dalle utopie. E c’è almeno un luogo, puntare sul quale non è utopico: quel luogo sono io.

6) Lei si considera un pessimista o un ottimista? A cosa aspira professionalmente e dove crede che sia necessario puntare il timone?

Pessimismo e ottimismo riguardano più i giudizi di futuro che quelli di valore. Sono tutto sommato ottimista, considerando il modo in cui sono andati gli ultimi 70 anni, da quando la Costituzione italiana è stata redatta. Ci sono tuttavia dei rischi terribili per il mondo, in particolare sul piano ecologico. La mia visione comunque, più che sul “bene comune”, è centrata su un concetto differente: il “bene non esclusivo”. Ne parlerò più approfonditamente lunedì 5 febbraio 2018, alle 20:45, nell’ex-convento carmelitano della Ripa di Albino, in occasione della mia conferenza: “Per una filosofia dell’economia politica. I beni non esclusivi come chiave dello sviluppo umano pleromatico”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...