50 sfumature di lusso

di Beatrice Marconi

Ammettiamolo: per quanto siano fastidiose, le mestruazioni sono legate a molti ricordi quasi divertenti. Quando, attraverso la porta del bagno, annunciai a mio padre di aver appena fatto la conoscenza del marchese, la sua risposta fu un dubbioso: “Resta lì, la mamma arriva”. Da quel momento ho iniziato a partecipare a folkloristiche dinamiche sociali ben note a molte donne: i “sono sporca?” bisbigliati all’amica più volte al giorno; il desiderio incontrollato di cioccolato; i brufoli disposti in costellazioni sconosciute; i furtivi passaggi di mano da far invidia ai più esperti spacciatori. È singolare in effetti che, oggi, le donne siano così a proprio agio nel parlare e perfino nell’ironizzare sulle proprie mestruazioni, quando, a livello pratico, sono così pudiche nel chiedere in prestito un assorbente. Forse, se tempo fa avessimo smesso di vergognarci di una cosa tanto naturale, una ventenne frustrata non avrebbe ora alcun bisogno di scrivere le banalità che seguono. L’opinione pubblica ha, a quanto pare, recentemente scoperto dell’esistenza del ciclo mestruale e, come spesso accade, ad accendere gli animi sono state due espressioni in inglese (questo, a mio parere, è un indizio, oltre che della loro origine britannica, anche dell’imbarazzo di esplicitare certi termini nella nostra lingua).

La prima è tampon tax, che, dopo aver creato scompiglio nel resto nel mondo, è piombata in casa nostra tramite una proposta del gennaio 2016 di Pippo Civati, deputato di “Possibile”, che verteva sulla riduzione dell’IVA (attualmente al 22%) su alcuni prodotti igienico-sanitari per donne: assorbenti, tamponi interni, coppette mestruali e simili. Lo scopo è l’abbassamento dell’aliquota al 4%, come già accade per altri beni considerati di prima necessità: pane, latte fresco, pasta, giornali, periodici, occhiali da vista, protesi dentarie ed altri ancora. In sintesi, il fatto che qualcuno debba proporre questo provvedimento, significa che, tuttora, gli assorbenti sono considerati un lusso. Dunque, mio caro Lettore, dimentica quel paio di orecchini tanto grazioso che avresti voluto regalare alla tua partner: puoi cavartela con una scatola di Lines.

In ogni caso, il nostro paese soffre di benaltrismo cronico dunque, come volevasi dimostrare, una proposta sacrosanta è stata accolta con becero sarcasmo, indice che la creazione di una legge è solo la soluzione formale a un problema che risiede nel modo di pensare di molti nostri compatrioti (sia uomini che donne, purtroppo).

La seconda parola che merita di essere citata è freebleeding. Questa pratica, nata negli anni settanta, quando l’assorbente era visto dalle femministe come un retaggio patriarcale che negava e nascondeva la natura femminile, oggi è diventata conclusione di un ragionamento più pratico e costituisce una reazione, forse estrema ma comunque in un certo senso efficace, alla triste superficialità con cui il problema della tassa sugli assorbenti viene trattato: “Se l’assorbente è un bene di lusso, un vezzo, nessuno si indigni se la mia condizione economica non mi permette di portarlo”.

La macchia di sangue sui pantaloni, sui sedili degli autobus, sulle sedie delle sale d’attesa parla per le attiviste e dice parole che suonano più o meno così: “A coloro che negano alle donne un bene di prima necessità, io nego il bene comune di una seduta pulita”.

Non so se questa dura reazione sia funzionale alla causa femminista, dato che, comprensibilmente, non tutti ne comprendono il significato di fondo, considerandola un mero atto vandalico e all’insegna del cattivo gusto. D’altra parte, è anche vero che nessuna rivoluzione è stata fatta solo con parole pacate.

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