Una parola sulla disabilità

di Ernest Smokecocks

Tra i molti problemi legati all’integrazione delle persone affette da disabilità fisica o psichica, quello del lessico da adottare sembra rivestire un ruolo non secondario. Molti dei termini che un tempo furono adottati in seguito a direttive della comunità scientifica (uno fra tutti, handicappato) non possono che causare, oggi, un certo imbarazzo nelle sedi formali: sarà dunque utile tracciare una breve cronologia di alcune parole legate alla disabilità, per comprenderne la nascita e le ragioni.    

Il quesito intorno al lessico da adottare raggiunge l’opinione pubblica, per la prima volta, alle soglie degli anni Settanta, quando termini come matto, spastico, mongoloide, ma anche infelice e minorato – fino ad allora usati senza particolari precauzioni – vengono avvertiti come inadeguati rispetto all’aggiornamento del dibattito sociale e scientifico. Viene allora introdotta la parola handicappato. Questa deriva dall’inglese to handicap[1] e giunge in Italia come tecnicismo ippico: è già attestata negli ultimi decenni del XVIII secolo nel gergo delle corse di cavalli, dove al cavallo più forte veniva dato un handicap, appunto, per rendere la gara più equilibrata. Già nei primi del Novecento il verbo handicappare – ed i relativi derivati nominali e aggettivali –  avrebbe assunto il significato figurato di ‘svantaggiare’ e come tale sarebbe stato adottato per definire le persone affette da disabilità. 

Quest’uso deve essere apparso legittimo in Italia almeno fino all’inizio degli anni Novanta, se la Legge quadro 104 si proponeva di normare «l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate»[2]. Tuttavia nel resto del mondo, già a partire dagli anni Settanta, ad handicappato si affianca l’opzione disabile: questa (complice l’utilizzo oramai generalizzato che se ne fa nei paesi anglosassoni) ha ormai conquistato gli ambiti del linguaggio burocratico e medico ma senza mai soppiantare del tutto l’antenato lessicale negli ambienti informali.

In tempi recenti, si è assistito alla nascita di nuovi termini, quali diversamente abile o diversabile, i quali hanno tuttavia sollevato perplessità per la loro natura spesso generica ed eufemistica; senza contare il fatto che, senza dubbio, risulta difficile definire una categoria di persone diversamente abile, almeno quanto definirla normale.

Un suggerimento in merito a quanto sarebbe meglio dire proviene forse dalla classificazione dei deficit psico-motori fornita nel 1980 dall’International Classification of Impairement and handicaps[3]. Un primo grande traguardo raggiunto in tale sede fu quello di porre l’attenzione sulla natura vera e propria dell’handicap, interamente legata alle condizioni ambientali e sociali in cui si trova l’individuo. A fornirci un chiaro esempio è il giornalista Claudio Imprudente nell’inchiesta dell’associazione SuperAbile (rivista dell’INAIL) Handicappato sarà lei! Qual è il miglior modo per definire la disabilità?[4]: «io che sono su carrozzina, entro in un bar per bere un Martini e incontro all’entrata tre gradini. In questo caso il mio deficit resta invariato, mentre il mio handicap aumenta. Se invece di fronte al bar trovo una rampa, il mio deficit resta sempre uguale a differenza del mio handicap, che diminuisce». A partire da questa considerazione, sembrerebbe più appropriato adottare soluzioni come portatore di handicap o persona affetta da disabilità, che evidenziano le effettive difficoltà di alcuni individui nell’effettuare certe prestazioni e, allo stesso tempo, non riducono a un etichetta (legata a fattori contestuali) quelle che, prima di tutto, sono persone a pieno diritto: ma anche qui si ripresenta l’astioso problema della definizione di una ‘norma’ rispetto a cui stabilire le prestazioni richieste ad un individuo, le qualifiche per essere definito normodotato.

Sfuggire a questo circolo vizioso spetta forse a specialisti del linguaggio o, più probabilmente, nemmeno a loro: perché è innegabile che di fronte alla carenza di infrastrutture adeguate, aggravata del vergognoso avvicendarsi di provvedimenti che tagliano i fondi destinati alla disabilità, e al preoccupante fenomeno dei maltrattamenti perpetuati in strutture ‘specializzate’, quello della parola è un problema, in fin dei conti, di poco spessore. Se n’era accorto già Tullio de Mauro, grande linguista italiano scomparso giusto il 5 gennaio di quest’anno, in un’intervista rilasciata a SuperAbile: «Le parole sono importanti, ma vengono, se non dopo, certo insieme alle cose e alla maturazione dell’impegno per la parità di diritti»[5].

L’invito è certamente quello ad adeguare la propria terminologia alle nuove acquisizioni mediche, che rendono conto della diversità delle varie patologie, e a non dimenticare la natura contestuale dell’handicap: ma se questo non è unito ad una sensibilità predisposta ad accogliere i problemi della disabilità e, magari, ad un impegno concreto, ogni sforzo di distinzione lessicale è ozioso.


* La fonte principale di questo articolo è il bellissimo contributo di Federico Faloppa apparso sul sito dell’Accademia della Crusca, dal titolo Meglio handicappato o portatore di handicap? Disabile o persona con disabilità? Diversamente abile o diversabile? (e consultabile all’indirizzo http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/meglio-handicappato-portatore-handicap-disab): a questo rinvio per approfondire l’argomento, anche in merito a termini che ho volutamente tralasciato, e trovare alcune essenziali indicazioni bibliografiche. 

[1] Il verbo, le cui prime attestazioni risalgono alla metà del XVII secolo, proviene a sua volta da un gioco d’azzardo in cui i partecipanti erano tenuti a nascondere la posta in gioco in un cappello con le mani: da qui hand in cap; cfr. https://www.etymonline.com/word/handicap.    

[2] http://archivio.pubblica.istruzione.it/news/2006/allegati/legge104_92.pdf.

[3] http://apps.who.int/iris/bitstream/10665/41003/1/9241541261_eng.pdf

[4] Di cui si possono leggere degli estratti all’indirizzo: http://www.anffaslombardia.it/image/VarieTermini.pdf.

[5] L’intervista integrale è consultabile presso: https://www.superabile.it/cs/superabile/istruzione/20170105-addio-tullio-de-mauro.html.

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