Solo giochi di parole?

Partiamo da qualche osservazione sulle parole che usiamo, quelle parole che crediamo di avere al nostro servizio perché ci sentiamo “padroni” del linguaggio ma che, probabilmente, dovremmo cominciare a guardare come le autentiche padrone delle nostre comunicazioni. Bisognerebbe infatti che ci ricordassimo che sono loro, spesso, a usare noi e che riconoscessimo quindi che sono proprio le parole a fare di noi quel che siamo.

Questo succede, per esempio, per molti termini che nel nostro senso comune vengono considerati come sinonimi. Osservati con maggiore attenzione, questi termini mostrano bene che i sinonimi non esistono. Basta scavare un po’.

Proviamo:

DIVERSO. Nella parola è presente il verbo latino vertor che vuol dire voltare, deviare, andare da un’altra parte. Un “diverso” è qualcuno che devia, che va da un’altra parte.

Se dovessi disegnarlo farei un omino, come quello della famosa Linea inventata da Cavandoli, che a un certo punto sbaglia strada e va da un’altra parte, si perde, incontra il vuoto, fa qualcosa di innaturale. Esce dal seminato. A questo termine metterei vicino il segno “-“: chi è diverso diverge rispetto a una norma, fa qualcosa che non si fa. Dis-turba.

DIFFERENTE. Nella parola è presente il verbo latino fero che vuol dire molte cose, accomunate però dal significato del “portare”. Ciascuno di noi “porta” agli altri qualcosa di unico, di insostituibile.

Se dovessi disegnarlo, di nuovo, seguendo la metafora dell’omino-Linea, farei un disegno all’incirca così:

Insomma, metterei il segno “+” vicino a questo termine. La differenza porta con sé ricchezza, convoca nuovi mondi, popola di risorse il deserto della normalità, arricchisce.

DISABILE. É un aggettivo o un nome? L’oscillazione tra le due categorie grammaticali non è da poco: l’aggettivo “disabile” in quanto aggettivo non azzera il sostantivo che lo accompagna ma lo specifica, è proprio un’altra cosa rispetto al suo uso sostantivato. “IL DISABILE” smette di essere un uomo, una donna, un bambino. É disabile e basta.

Se poi andiamo a vedere da vicino questa parola, scopriamo la sua forma litotica: composta dall’habilis latino che viene negato con un “dis”. Habilis significa adatto, maneggevole, opportuno, idoneo; insomma pienamente capace di rispondere alle richieste dell’ambiente, del contesto. Chi è disabile è perciò l’opposto, senza mezzi termini e senza troppi sconti, è inadatto. Il suo limite gli impedisce di esercitare rapporti consoni e convenienti con il mondo. Ma chi può dirsi “habilis” nel mondo? Chi si può proclamare pienamente abile nelle svolte e nelle difficoltà della vita? Abile, una volta per tutte. Come se non sapessimo che il processo che ci fa uomini dura tutta la vita e che l’abilitazione ad essere esseri pienamente umani per fortuna non è mai portata a termine.

É un attestato che solo la morte ci consegna nel suo essere definitivamente “il” traguardo che non ci permette più nessuna oltranza.

Insomma, a guardare bene le parole, siamo davvero tutti “dis-abili-chiamati-a-continue-e-successive-abilitazioni”.

Volete il disegno?

Prendete carta e penna, avvicinatevi allo specchio e… buon lavoro!

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