Prospettive – Disabilità

L’operatore

di Giada Paris

Il mio sguardo è fisso, gocce di un comune calmante psichiatrico che cadono in un bicchierino di plastica. Tic, tic, tic.
Lo sfondo è sfuocato, ma appena finisco di contare i miei occhi tornano a vedere nitidamente attorno.
Abbiamo appena finito di mangiare e ho appena finito di dare a tutti la terapia. Sono circa le 20,00.
Il mio turno pomeridiano sta per finire e tra poco arriverà il mio collega.
Questa casa è… un albergo?

Qualcuno gioca con dei pennarelli a fare il giocoliere, un altro guarda la Tv sul divano.
Se lo si osserva bene, il suo viso cambia ogni istante, come se il suo umore fosse diverso ogni secondo, come se dialogasse con qualcuno che non c’è.
O forse, nella sua mente, qualcuno dietro le sue spalle lo guarda.
Si sentono anche dei passi, pantofole ortopediche che strisciano sul pavimento. Avanti, indietro, avanti, indietro dal corridoio.
V. sta aspettando ciò che forse lo rende (e lo ha reso) più completo: una MS rossa, rigorosamente sfilata da un pacchetto morbido.

In sottofondo, i rumori tipici di una casa: la centrifuga della lavatrice, il televisore che parla di qualche omicidio o di una star che si è rifatta il fondoschiena.
Qualcuno è già andato a letto ma non dorme ancora: appoggio l’orecchio sulla porta. Sento parlare e ridere istericamente: “Se picchio la mamma? Cosa succede?” E risate… a crepapelle.
Questo casa non è un albergo. È una “casa altra”, dove, chi la abita, ha riposto un nuovo equilibrio, forse folle, che lo fa stare bene e lo fa sopravvivere in questo mondo fluido e sfuggente.

L’uomo della strada

di Lorenzo Caldirola

Non capita spesso di vedere in giro persone disabili, per cui non è una cosa a cui penso spesso ma devo dire che quando mi capita di vedere qualcuno in sedia a rotelle o un ritardato di varia natura, in me si genera un turbinio di considerazioni ed emozioni discordanti.

Sicuramente provo pena per loro, magari addirittura compassione ma non solo. Nei confronti di alcuni quello che sento a pelle è dapprima ribrezzo, soprattutto se si sbavano addosso o se fano espressioni e versi anormali. Questa sensazione dura relativamente poco, non la esterno nemmeno, subito mi sforzo di essere “civile” e allora mi immedesimo e un po’ soffro anch’io come immagino che soffrano. Che poi non è neanche detto che soffrano, magari semplicemente non si percepiscono come disabili o non percepiscono l’anormalità del loro essere e del loro agire.

Poi certo, non tutti i disabili versano in queste condizioni di totale dipendenza, non tutti sono un peso per la società; a quanto ne so tutti quelli in carrozzella sono considerati disabili. Per loro, per chi a livello mentale è una persona normale, nutro una certa curiosità. Fa strano pensare a come sarebbe restare sempre costretti in sedia a rotelle, be’ almeno non si fa fatica a stare in coda!

Sicuramente ho anche altro da dire sugli handicappati ma così, su due piedi(!!!), non mi viene in mente più granchè.

Magari fossi ancora un merlo

di Francesco Placenza

Guarda Giacomo come si diverte con le sue figurine; da sempre infatti fa la raccolta dei calciatori, sua grande passione. É impaziente, come d’altronde lo sono io, di bere il latte con il caffè per colazione. Lo sta preparando Serena; adesso me lo sta facendo bere e, tra un sorso e l’altro, mi fa mangiare qualche biscotto. Con me ormai ci ha preso la mano, e io non mangio se non è lei a darmi da mangiare. Dopo la colazione è ancora lei che spinge la mia carrozzina fino davanti al televisore, dove sto per un po’ mentre Serena e Laura vanno a sistemare la mia e altre camere. Fortuna che il tempo passa alla svelta davanti alla TV, e così arriva l’ora di pranzo. Qui c’è Leonardo che ha uno dei suoi momenti di squilibrio: si agita, sbatte contro il tavolo e sinceramente ho paura che venga anche addosso a me e mi faccia cadere dalla carrozzina. Ci vuole un attimo per farlo calmare, era chiaro che Benedetta aveva preso il suo posto a tavola e lui perciò si era arrabbiato. Lo capisco; anche io avrei avuto la stessa reazione. Nel pomeriggio, come ogni mercoledì, mi portano fuori in giardino, se la giornata lo permette, a prendere un po’ d’aria. Proprio qui vedo un merlo che saltella qua e là, ad esplorare quel giardino per lui così grande, e che ha un certo punto se ne vola via. Se solo potessi anche io volare come sapevo fare una volta… di nuovo libero!

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