O.S.S.

di Ludovica Sanseverino

<<Il nostro è un lavoro non duro, ma di più>>: questa è la prima cosa che potrebbe dirvi un OSS (Operatore Socio Sanitario) e a Bergamo in particolare si tratta di un impiego veramente molto attivo, soprattutto grazie al comune (si tratta infatti di un servizio comunale). Per definire nel particolare cosa sia un OSS possiamo documentarci sul sito di Nurse24.it, dove si specifica che: <<l’Operatore Socio Sanitario è un tecnico di supporto di cui ci si può avvalere ove necessario. Esso lavora con persone che vivono in una condizione di disagio sociale, fragili e malate.>> Alla luce di questa definizione, gli operatori effettivamente lavorano soprattutto con le persone anziane, svolgendo un servizio domiciliare, che è però solo una faccia delle tante e diverse attività svolte dagli operatori: li si può vedere lavorare anche, per esempio, in ospedale, dove svolgono servizi di igiene e di supporto dei pazienti.

Detto questo chiarisco che le operatrici intervistate per questo articolo svolgono un servizio di tipo domiciliare. La prima cosa su cui tutte concordano è che <<è molto dura lavorare con gli anziani, non è per niente facile. Li laviamo, puliamo, e ogni tanto a qualche paziente mi capita di portare qualche dolce che preparo la sera prima.>> Quello delle OSS, ci dicono, non è un lavoro semplice perché oltre a dover fare assistenza medica c’è bisogno di instaurare un rapporto concreto con i “pazienti”. E l’instaurare un rapporto intimo con quest’ultimi prevede un bel bagaglio di coraggio: ci dicono che spesso vengono derise dai pazienti che assistono o che subiscono atti di violenza fisica e verbale. Alcuni degli assistiti sono anche alcolizzati o ex alcolisti ma, ci dicono le operatrici, agli insulti non viene dato poi così tanto peso.

Continuano le intervistate: <<quello che un operatore deve soprattutto fare è essere accettato dalla casa che lo sta ospitando. Alla fine penso che sia difficile anche per le persone assistite essendo noi degli estranei per loro. Ma bisogna tenere a mente che il lavoro principale di un OSS è prendersi molta cura del paziente, cercando di farlo sentire bene ed evitare atteggiamenti scomodi che potrebbero infastidirlo. Noi OSS dobbiamo quasi essere dei genitori.>> Alcuni di loro, dicono le operatrici, vivono in situazioni familiari ed economiche veramente disperate: <<alcuni non possono permettersi neanche i cibi per gatti, qualche volta porto io qualcosa a loro, se ho del cibo per animali a casa lo regalo volentieri. Oppure, quando ho più tempo, cerco di preparare delle torte o qualcosa da mangiare da portare agli anziani. Almeno così li vedo sorridere.>>

Ma prima di diventare un OSS, dicono le intervistate, bisogna sostenere un esame: infatti <<prima di diventare ufficialmente operatrice ho dovuto frequentare un corso che ha la durata di un anno. Alla fine di quell’anno ho dovuto sostenere un esame e in più bisogna aver svolto due tirocini. Io, per esempio, ero andata a lavorare al Gleno come tirocinante e poi all’ospedale Maggiore di Bergamo, che ora è l’ospedale Papa Giovanni XXIII. In ospedale mi avevano assegnato al reparto hospice, cioè quello dei malati terminali. Mi ricordo che era situato fuori dall’ospedale ed era molto diverso da tutti gli altri reparti perché, per esempio, in ogni camera c’erano 12 posti letto e la parentela poteva entrare ed uscire quando voleva. Ci sono stata solo un mese fortunatamente. Mi ero trovata bene a lavorare nell’ambiente, ma non è stato piacevole da un punto di vista emotivo. Di solito ai medici, infermieri o operatori che lavorano con i malati terminali viene affiancato un servizio di tipo psicologico, nel senso che ogni lavorante può richiedere l’aiuto di uno psicologo. Io decisi di non usufruirne.>> L’intervistata in questione poi afferma che gli Operatori Socio Sanitari possiedono, anche loro, un supporto psicologico: ad ogni riunione è presente anche la figura di uno psicologo che chiede tempestivamente a tutti gli operatori se le cose stanno andando bene e se qualcuno ha bisogno di supporto. <<Purtroppo ogni tanto il supporto psicologico può servire perché alcuni degli assistiti sono casi disperati e violenti. Ma noi non demordiamo. Credo che per fare questo lavoro bisogna essere davvero portati. Bisogna, soprattutto, essere davvero ma davvero forti.>>

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...