La nostra disabilità

di Emanuele Locatelli

Fin dove ci spingeremo nel rincorrere il modello dell’uomo ideale, perfettamente sano, maschio, bianco ed etero? Certo non di tutte queste specificazioni si parla qui, ma esse sono tutte figlie dello stesso pensiero. 

L’innegabile fardello di chi ha una disabilità viene legato alla stessa persona “portatrice” e alla sua famiglia allo stesso modo dell’altrettanto innegabile costo dell’assistenza e della cura, col fine evidente di eliminare il più possibile la presenza di queste vite dal consesso umano, perché considerate non desiderabili.

Questa tendenza, alimentata da un distorto darwinismo sociale in cui il più forte (o meglio, il più potente) viene considerato migliore, porta al pensiero, purtroppo oggi sempre più comune, che vede nel diverso un inferiore.

Da dove deriva tutto ciò? 

Dobbiamo ritornare al XIX secolo, quando si assiste ad un cambiamento della gestione del potere: da una egemonia, in cui il potere “sovrano” agiva dall’alto, con la spada, esercitando il diritto “di far morire o lasciar vivere” i suoi sudditi; a un governo, un potere che invece vuole organizzare, ordinare, dirigere la popolazione e vuole quindi gestire la vita. Perché proprio nell’epoca contemporanea si sono viste le più crudeli e terribili guerre e stragi dell’umanità? Facciamo rispondere Foucault: «le guerre non si fanno più in nome del sovrano che bisogna difendere; si fanno in nome dell’esistenza di tutti; si spingono intere popolazioni a uccidersi reciprocamente in nome della loro necessità di vivere. I massacri sono diventati vitali»[1], forse sarebbe meglio dire, per evitare fraintendimenti, che le guerre vengono fatte fare.

Questa visione totalizzante della vita inquietantemente legittima a pensare che più le specie inferiori tenderanno a scomparire, più gli individui anormali saranno eliminati, meno degenerati rispetto alla specie ci saranno. Io, non in quanto individuo ma in quanto specie, allora vivrò, sarò forte, sarò perfetto.

Secondo Foucault vediamo ricomparire queste derive nella società contemporanea; che un certo modo di vita sia diventato la norma in Occidente è «l’effetto storico di una tecnologia di potere centrata sulla vita»[2]. Con questa celebre affermazione, si definisce la formazione di “una biopolitica della popolazione”: una serie di “controlli regolatori” inquadrano il corpo secondo la “meccanica del vivente”, per far sì che possa servire «da supporto ai processi biologici: la proliferazione, la nascita e la mortalità, il livello di salute, la durata di vita, la longevità»[3].

«Nella società della normalizzazione, il corpo è al centro dell’attenzione e il corpo “adatto” deve conformarsi a specifiche prestazioni»[4].

Disabilità è una parola che rimanda a queste prestazioni. Significa “non essere capaci di” in maniera totale, significa che tra la realtà data e quella desiderata c’è uno scarto maggiore di quello che hanno, in media, le altre persone. La parola disabilità non rinvia a nessun oggetto concreto con il quale poter scendere a patti.

A ben vedere perciò il concetto di Disabilità è vuoto, non ha significato.

Esiste solo un individuo che valuta se stesso e le proprie possibilità in base agli obiettivi che si pone. L’handicap esiste semmai quando questo individuo si valuta, o viene valutato, secondo standard altrui.

Siamo perciò noi a dar vita al nostro handicap.

Abituati a normalizzare ogni cosa, sempre più ossessionati dal confronto con gli altri, sempre più social, per noi questa visione può essere traumatizzante. 


[1] Michel Foucault, (1976), La volontà di sapere.

[2] Ibidem

[3] Ibidem

[4] Rasmus Rahbek Simonsen, Manifesto Queer Vegan.

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