La mia vita da zucchina

di Daniele Ravizza

Data la sua natura, il cinema d’animazione è spesso stato associato a un senso metaforico da scorgere nelle immagini che rappresenta, molto distanti dalla realtà che ritroviamo nel cinema fotografico. Questo aspetto profondo del genere è spesso ignorato dallo spettatore: un malinteso  che rischia di depauperare il significato di certi film animati, relegandoli a “cinema di evasione”. Tuttavia lo stop motion (la tecnica di animazione più antica del mondo, realizzata fotografando ventiquattro immagini al secondo) ha spesso smentito questa illusione, interagendo vigorosamente con la realtà.

Ne è una riprova il sofisticato Ma vie de Courgette (La mia vita da zucchina, 2016), opera prima di Claude Barras, “solo” candidata all’Oscar 2017 come Miglior film d’animazione.

Dopo la morte della madre alcolizzata – forse a opera involontaria del figlio – Zucchina, un ragazzo di 9 anni, viene mandato in un orfanotrofio. Qui stringe amicizia con altri ragazzi negletti, abbandonati e abusati, tutti vittime dei propri genitori (ad eccezione di una madre “rispedita in Africa”), dei quali viene solo raccontata la storia. Mostrando una certa fede nelle istituzioni da parte degli autori, il centro di recupero porterà alla riscoperta dell’amicizia e dell’amore e a Zucchina si presenterà l’occasione per una nuova vita. Senza ricorrere a un facile sentimentalismo, Barras esplicita i motivi per cui i genitori dei ragazzi non possono accudire i figli attraverso le parole del bullo Simon: droga, malattia mentale, omicidio-suicidio, abuso sessuale, rapina, espulsione per immigrazione. Nonostante ciò, il tono necessariamente malinconico della prima parte del film è stemperato dalla spassosa e nobile semplicità dei pupazzi-bambini di burtoniana memoria. Lo sguardo infantile dei ragazzi sul mondo non è stucchevole, ma umano e intenso; questa sensazione è rafforzata dal look rudimentale dei pupazzi, costruiti come se fossero modellati nel pongo dagli stessi bambini. Il film riesce anche a regalare momenti di autentica comicità: esilarante è la descrizione del sesso, al termine del quale «Boom! Il pisellino esplode», mentre le ragazze – dice Simon – «sudano un sacco e dicono continuamente che sono d’accordo». Céline Sciamma, la sceneggiatrice che ha adattato il romanzo Autobiografia di una zucchina di Gilles Paris per il grande schermo, infatti, non rimane a indugiare sulle tragedie del passato ma cerca di scorgere, ottimisticamente, la speranza una volta che il trauma è accaduto. E la speranza risiede nei valori più semplici e universali che l’uomo può provare: fiducia, amicizia, amore; tant’è che Zucchina non vuole farsi chiamare Icare, suo nome di battesimo e versione francese di Icaro. Perché dovrebbe? Non mira certo al sole, vuole solo una vita normale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...