Intervista ad Alice Salvi

di Francesco Marinoni

Alice Salvi ha 32 anni e da 8 lavora con la Cooperativa Namastè, dove ora è coordinatrice del servizio di residenza permanente: si occupa delle  persone con disabilità che vivono stabilmente all’interno delle strutture della Cooperativa. È laureata in filosofia e in scienze dell’educazione. La incontro in una sera di novembre.

Altro: Cosa ti ha spinto ad interessarti al  mondo della disabilità e come ci sei entrata?

Alice: Finito il liceo volevo iscrivermi a filosofia per passione, pur consapevole della limitata spendibilità pratica della laurea: decisi quindi di provare un anno di servizio civile per schiarirmi le idee e questo fu il mio primo approccio al mondo del sociale, in una comunità per minori. Da qui il mio interesse, tanto che quando poi iniziai l’università continuai a portare avanti parallelamente altri progetti di questo tipo: lo studio per quanto mi piacesse non mi bastava, cercavo qualcosa di più concreto. Una volta laureata ho trovato il primo impiego stabile, tramite Namastè, in una scuola materna: all’epoca potevano lavorare nel settore anche operatori non qualificati, mentre oggi è necessaria la laurea specifica (che ho conseguito successivamente).

Si può dire che il mio interesse è nato perché per me l’ambito del sociale è un occasione per mettere a servizio la mia abilità nel relazionarmi con le persone, traendone soddisfazione. È un mondo che spreme ma che allo stesso tempo nutre: è un lavoro in cui bisogna continuamente mettersi in gioco, cercando sempre di non limitarsi a fornire risposte semplici ma di interagire con l’altro, accompagnandolo lungo un percorso che lo coinvolga in prima persona.

Altro: Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato sulla tua strada?

Alice: Sicuramente una delle cose che più mi ha messo alla prova è stato l’affrontare la morte e il dolore, che sono aspetti che spesso si dimenticano ma che purtroppo fanno parte della vita, specialmente nell’ambito della disabilità. Inevitabilmente questo incontro spinge a porsi interrogativi di senso a cui è difficile rispondere e anche questo fa parte del mio lavoro. Mi verrebbe da dire che è necessario avere una “pelle” per essere un buon educatore, essere abbastanza forti da non lasciarsi abbattere e distruggere da queste situazioni.

Altro: Quali sono invece gli aspetti positivi che ti hanno convinto che questa era la strada giusta per te?

Alice: Le persone con disabilità, fino a che non le conosci, sono disabili; una volta che entri in contatto con loro e ci passi del tempo insieme scopri le persone che sono veramente. Sono loro la vera ricchezza del mio lavoro, in qualche modo sono sempre legati a un ricordo positivo per me. Penso che la cosa più importante sia essere sempre in grado di affrontare ogni situazione con serenità, saper sorridere e godersela anche quando si è in mezzo alla merda (non solo in senso figurato): se ci riesci, allora capisci di essere sulla strada giusta.

Altro: Quanto sei coinvolta a livello personale quando sei al lavoro? Riesci a tenere fuori la tua vita privata?

Alice: Quando si lavora con altre persone lo si fa sempre tutti interi, nel bene e nel male. Un buon educatore ne è consapevole e sa che deve fare costantemente i conti con i suoi punti deboli personali. Penso che per poter lavorare in un ambiente problematico come è quello della disabilità la tua vita “fuori” deve essere serena: c’è bisogno di una decompressione, di momenti in cui poter staccare e prendersi una pausa per non venire sommersi dalla pesantezza delle situazioni con cui hai a che fare sul lavoro. Le persone con disabilità capiscono subito le tue debolezze e sanno come sfruttarle per metterti in difficoltà. Ti racconto un episodio: una volta ho avuto a che fare con una bambina di 12 anni con gravi disturbi psichici, che aveva la tendenza a sputare per infastidire chi provava a relazionarsi con lei. Quando ha visto che con me non funzionava ha immediatamente cambiato strategia: digrignava i denti, producendo un suono per me fastidiosissimo. Senza che ci fosse stata comunicazione diretta lei aveva capito subito che così facendo mi metteva in difficoltà ed è andata avanti a farlo fino a quando io, a mia volta, ho replicato il suo gesto: così facendo abbiamo raggiunto un’intesa.

Altro: Il nostro giornale è scritto da giovani per giovani: pensi che il tuo lavoro sia adatto per persone come noi e i nostri lettori?

Alice: Mi sentirei di risponderti di sì: in una fase della vita in cui spesso non si hanno ancora le idee chiarissime sul proprio futuro è un occasione per spendersi, mettendo a disposizione il proprio tempo libero e la propria capacità di adattamento. Non bisogna dimenticare però che ci si confronta con un dato di realtà impegnativo: bisogna fare i conti con se stessi e sapersi prendere cura in primo luogo del proprio io, per potere poi occuparsi degli altri. Penso che in generale i giovani più delle altre persone siano idealisti, per questo ritengo sia un lavoro particolarmente interessante per loro. Si tratta di spendersi per un’idea, per realizzare un progetto con altre persone: cosa si può chiedere di meglio?

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