Intervista a Cristina Togni

di Francesco Marinoni

Cristina Togni ha 53 anni e da 20  lavora in Cambogia come missionaria laica tramite il PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere). Si occupa principalmente di persone con disabilità mentale. Dopo aver lavorato in una fabbrica di jeans ha seguito un corso serale per diventare educatrice. La incontro in un periodo in cui si è presa una pausa per tornare  in Italia.

Come mai hai scelto di occuparti di disabilità e hai scelto di farlo in un Paese così lontano come la Cambogia?

La scelta della destinazione è stata fatta dalla mia organizzazione: dopo aver lavorato per 2 anni nelle Filippine, quando il PIME, e in particolare Madre Teresa, hanno scelto di operare anche in Cambogia, mi sono trasferita là e da allora non mi sono più spostata. Il governo ha permesso il nostro lavoro in quanto ONG di missionari laici, perché non riconosce il ruolo della Chiesa. Fino ad allora i sussidi statali si limitavano solo ai veterani di guerra ed erano comunque piuttosto scarsi: non c’era nulla a sostegno delle persone con disabilità mentali e per questo motivo il PIME ha insistito per inserirsi.

Per quanto mi riguarda, invece, mi sono interessata al mondo della disabilità perché in famiglia avevo esperienze di malattia e di lavoro in questo ambito. Quando ho visto questa opportunità l’ho colta, abbandonando il mio precedente lavoro in fabbrica.

In Cambogia poi il problema della disabilità è legato anche a difficoltà con la religione buddhista: spiegaci perché.

Per i buddhisti il karma è presente in ogni aspetto della vita ed è accettato da tutti: ogni cosa ha una sua giustificazione e la disabilità è vista quindi come una colpa pregressa che va espiata. I genitori stessi delle persone con disabilità hanno questa visione ed è un aspetto importante da conoscere per poter lavorare e confrontarsi con loro. Per questi motivi mancano i diritti per queste persone, perché questo “senso della vita” così diverso dal nostro si riflette anche nelle istituzioni, che non fanno la loro parte. Solo recentemente il governo si è interessato del problema, anche per motivi di propaganda elettorale, e i cambogiani hanno iniziato a studiare all’estero per poter poi lavorare in questo ambito.

Quali sono stati gli aspetti più difficili da affrontare in questa esperienza così particolare?

Non lo nego, una delle cose che ho fatto più fatica ad accettare è stata il cibo: mi mancava la cucina italiana e i piatti cambogiani tendono ad essere piuttosto monotoni. Ho avuto anche problemi di salute e devo dire che in questo caso mi sono sentita in qualche modo aiutata e accolta dalla gente del posto. Una donna con disabilità, una volta che i farmaci si erano rivelati inefficaci, mi ha portata in una pagoda, provando a guarirmi con un rituale religioso incentrato su una corda con dei pezzi di ferro infilati, ognuno dei quali simboleggiava una parte del corpo. Naturalmente non ha funzionato, ma ho apprezzato comunque che avesse provato ad affidarmi al suo Dio per guarire, dato che il mio non mi stava aiutando. Per fortuna poi la situazione si è risolta.

Cosa pensi di aver portato a casa dalla Cambogia e dal tuo lavoro di missionaria?

Nonostante sia sempre stata consapevole delle mie radici italiane, la gente cambogiana inevitabilmente ti segna e in qualche modo cambia il tuo modo di vedere le cose. Più che aggiungere qualcosa di nuovo penso più che altro di aver riscoperto il valore di cose che già conoscevo ma a cui non avevo mai dato così tanta importanza. L’idea del “perdere tempo” per esempio, così distante dalla nostra società, è essenziale in questo contesto: prima di ogni azione la gente ama prendere tempo per poter riflettere e decidere, per poi agire con consapevolezza. Questo ti insegna anche ad ascoltare chi ti sta intorno, altra cosa che spesso si dimentica, e allo stesso tempo saper trovare dello spazio per se stessi.

Il nostro giornale è scritto da giovani per giovani: pensi che il tuo lavoro sia adatto per persone come noi e i nostri lettori?

Il mondo dei missionari, specialmente tramite i gesuiti, è sempre ricco di persone giovani, che vengono da ogni parte del mondo. Questo permette sicuramente di avere una visione differente rispetto a quella degli adulti e aiuta, soprattutto quando si ha a che fare con i ragazzi cambogiani, considerato che l’età media è abbastanza bassa. Tuttavia ci sono una serie di problemi inevitabili, legati alle differenze culturali: in primo luogo la lingua, il cambogiano, derivante dal sanscrito, che ha sostituito francese e inglese come ufficiale. Non bisogna poi dimenticare che si tratta di un Paese piuttosto giovane, che ha vissuto una dittatura traumatica come quella di Pol Pot: ancora oggi la libertà di stampa e opinione, anche per chi viene dall’estero, è limitata. Il mio invito ai giovani è quindi di venire, perché si tratta comunque di una grande opportunità, ma di venire preparati.

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