(Il)Limitati

di Elisa Morlotti

Forse è anche a causa di un pizzico di orgoglio inconsapevole che la nostra mente associa alla parola “limite” il significato di “barriera”, “ostacolo”, “impedimento”. Ci viene spontaneo guardare con antipatia qualsiasi cosa possa limitarci nell’esprimere il nostro modo di essere e nel goderci la vita in ogni suo aspetto. D’altra parte, se le regole sono fatte per essere infrante, perché mai dovremmo rassegnarci ad accettarle e sottostare ad esse?

Questo testardo accanimento contro ogni limitazione, scritta, sociale o culturale che sia, ha una sua storicità. Più di quattrocento anni fa, con la nascita della scienza moderna, e ancor di più successivamente, grazie all’esperienza dell’Illuminismo, l’uomo divenne consapevole di quanto potesse essere grande. Erigendo la razionalità umana a governatrice del mondo e facendo della conoscenza scientifica e della libertà di pensiero motivi di vanto, di fatto gli intellettuali del Settecento esaltarono la dignità e la potenza di quel meraviglioso ingranaggio che è la mente dell’uomo. Inoltre, la conoscenza sempre più accurata dei meccanismi che regolano il movimento degli astri, il moto dei corpi e le trasformazioni della materia hanno illuso l’uomo di scienza di poter essere, almeno in parte, padrone del proprio destino. Il superare un ostacolo non era più una trasgressione e un peccato di hybris come per i Greci, ma un tentativo ben riuscito di dispiegare la propria libertà.

Così, abbiamo raggiunto obiettivi che anche solo duecento anni fa sembravano impensabili: abbiamo posato i nostri piedi su quella stessa Luna che Galilei, con un po’ di audacia, osservava e studiava con il suo cannocchiale; abbiamo capito perché siano vere quelle leggi per cui Mendel fu deriso al suo monastero a Brno; abbiamo indagato i segreti dell’universo e dei processi chimici che anche solo duecento anni fa suscitavano tanto stupore.

Oggi però iniziano a presentarsi i primi effetti collaterali di questo nostro atteggiamento: le problematiche ambientali dovute alle attività umane, le questioni, anche morali e filosofiche, che ci si presentano parlando di genetica e la sfiducia sempre crescente sulla natura benigna dell’uomo ci portano a pensare che forse un progresso all’infinito non è possibile. Ma allora è necessario fermarsi? E dove? Questioni come queste sono molto complesse e c’è bisogno delle nostre più grandi menti per poterle risolvere.

Magari un cambiamento di prospettiva potrebbe davvero essere benefico: valorizzare i nostri limiti, imparare a conviverci e ad abitarli come strumento per migliorarci. In poche parole, concentrarci su quello che siamo e non su quello che potremmo essere. Anche perché, se siamo consapevoli delle nostre debolezze, siamo anche portati a rispettare i limiti altrui, di qualsiasi specie essi siano. E questo non è forse fondamentale nella relazione con l’altro?

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