Gianni

di Mattia Guarnerio

Io lo ricordo, Gianni, alle elementari. Un ragazzone allampanato, dai capelli corvini, tagliati cortissimi; una talpa, pareva, con quegli occhiali giganteschi, spessi, ma sempre lucidi: ti ci potevi specchiare, quasi.

Quando osservavo il mio riflesso, notavo una grande vergogna nella mia espressione. Gianni mi incuteva paura, perché strillava di continuo, con il suo vociare gutturale, da tagliaerba inceppato; batteva fortemente le mani, a un ritmo incostante, incerto, singhiozzante; si muoveva per i corridoi della scuola ciondolando, saltellando, pestando il pavimento, rischiando di inciampare ad ogni passo. Tutti provavano un certo fastidio: non appena una qualche anima entrava nel suo campo visivo, le si approssimava rapidamente e, d’improvviso, le afferrava violentemente i capelli, specialmente se erano di colore biondo. Su qualsiasi sensazione, in me, prevaleva invece la vergogna.

A tratti Gianni provocava grasse risate nel gruppo dei miei coetanei. Un riso crudele e maligno: alcuni lo schernivano, lo sbeffeggiavano, imitavano il suo comportamento grottesco. Io, ingenuo e codardo com’ero, li seguivo gettandomi all’assalto psicologico del poveretto, il quale nemmeno ci comprendeva. Manteneva lo stesso atteggiamento e, a volte, si avvicinava per tirarci i capelli; noi ci allontanavamo e, quando ne avevamo abbastanza dei suoi modi, cercavamo di escluderlo, riporlo in un comodo dimenticatoio, al sicuro dalla coscienza. Io, nei momenti in cui lo incontravo per caso, mentre si aggirava per l’istituto con la sua dolcissima insegnante di sostegno, non potevo nascondere la vergogna.

Gianni non meritava disinteresse totale, scherno, angherie, ma sotto sotto pensavo che nemmeno noi meritassimo di essere costretti a sopportarlo. Gianni era disabile, ma né a me né a moltissimi altri importava un accidente della sua condizione: non sapevo, né ad oggi so, da quale male fosse affetto.

Fra me e lui, il nulla: non accennai alcun tentativo di relazione. Tra lui e altre persone con disabilità, il nulla: per anni non ne ho conosciuta alcuna e mai me ne sono preoccupato. Così io agivo e tanti agivano: la mia insensibilità mi metteva duramente in imbarazzo, ma non bastava per scalfire la sensazione di impunità morale derivata dall’essere uno fra molti.

Un vuoto totale, fra Gianni, me, tutti, il mondo della disabilità. Non credevo, non sapevo neanche esistessero spazi, dedicati al Tempo Libero, in cui lui non sarebbe stato oggetto di esclusione, ma parte di una comunità. Grazie alla cooperativa Namastè, ho potuto scoprirlo e, per un paio d’ore, provare a viverlo.

Mi attendevo un luogo freddo, tetro, cupo. Un ambiente in cui si consuma dolore, si sopravvive nel difficile tentativo di alleviare una pesante sofferenza. Al contrario, giunto nelle sue vicinanze, mi trovai immerso in un grande prato. Avvolto nella serenità, accarezzato dalla danza del vento, osservai l’edificio: non sembrava né un ospedale, né una prigione; passato verso il lato dell’entrata, aggirandone il perimetro, non fui condotto ad un cancello, una rete, una recinzione, ma ad uno spazio ampio, arioso, luminoso: a confronto, la mia vecchia scuola elementare sarebbe stata considerata un manicomio.

Ad aspettarmi, molti sorrisi. La possibilità di un caffè, di un tè caldo, di stringere la mano a tutti, di conversare con ognuno; di fumare una sigaretta, se si vuole; di stare insieme senza la condanna di dover sentire la propria umanità come una pretesa da avanzare, come un regalo da donare o ricevere; di essere umani perché lo si è.

Tempo Libero significa cucinare, nuotare, fare ginnastica, vestirsi e truccarsi, cenare in gruppo, in famiglia, discutere di grandi temi, della felicità, dei rispettivi sogni, cantare, danzare, recitare. Non è una gentilezza elargita da individuo a individuo, ma un entità che ci appartiene, ci fa avvertire il calore di essere realmente simili, nel profondo, malgrado l’universale unicità in cui ci contraddistinguiamo dall’altro.

Scusaci, scusami Gianni. Riconosco il mio errore. Me ne pento, e ti ringrazio di aver abitato nei miei ricordi, per tutto questo tempo. Non lo sapevamo, ma sei come noi. E con noi.

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