Diagnosi

di Beatrice Marconi

Come l’avveduto Lettore avrà certamente capito a questo punto, il numero di dicembre è stato pensato con l’aiuto di Namastè. Ebbene, entrando (quasi) in punta di piedi nelle attività organizzate dalla cooperativa, la vostra redazione preferita è venuta a conoscenza di un laboratorio di “trucco e parrucco”, dedicato a tutte le portatrici di disabilità desiderose di prendersi cura di sé.

Il mio cervello però, come quello di tutti gli uomini, ragiona per associazione di idee, perciò, anche davanti a una così nobile iniziativa, non ho potuto fare a meno di pensare che, in un tempo neanche troppo lontano, ci furono già donne che videro esaudito questo stesso desiderio di essere “più femminili”. Peccato non l’avessero mai espresso. Di loro, e in parte degli uomini loro compagni di sventura, voglio parlarvi oggi.

Era un tempo in cui i disabili venivano chiamati in altri modi e in cui tra le schiere della disabilità e della malattia erano compresi tutti coloro che oggi definiamo “diversi” o “strani” o anche “froci”. È per il giubilo di questi ultimi che fu inventata la “terapia di conversione” o “di ri-orientamento sessuale” che ancora oggi trova qualche sostenitore (sebbene la comunità scientifica la definisca apertamente inefficace e addirittura dannosa). Per aggiustare gli “invertiti” i terapeuti avevano più mezzi a propria disposizione: dalla chirurgia (asportazione dell’utero, delle ovaie, del clitoride, castrazione, vasectomia e perfino lobotomia) alle cure ormonali, dall’elettroshock al ricondizionamento masturbatorio. Se avete visto The Imitation Game o se conoscete il personaggio, saprete che questo è ciò che è stato fatto ad Alan Turing. Era il 1952: soltanto quarant’anni dopo l’Organizzazione mondiale della sanità avrebbe rimosso l’omosessualità dalla sua lista delle malattie mentali.

Il mio forse ingenuo Lettore sarà sollevato dal fatto che le date citate poco sopra sembrino così lontane, ma mi dispiace deluderlo. Risale infatti solo al maggio scorso il progetto fotografico “Until You Change” che racconta ciò che di osceno e grottesco accade ancora oggi in circa duecento cliniche dell’Ecuador, spacciate per centri di recupero per tossicodipendenti e in realtà dedicate alla “correzione” delle donne omosessuali. L’autrice, la fotografa (e lesbica) Paola Paredes, dopo aver scoperto nel 2013 queste realtà, ha raccolto alcune testimonianze di donne consegnate nelle mani dei loro aguzzini dalle loro stesse famiglie. Lei stessa si è poi introdotta in una di queste strutture fingendo di voler far ricoverare una parente. Tra i trattamenti all’avanguardia proposti è incluso lo stupro correttivo e, tra le altre cose, le “pazienti” vengono obbligate a truccarsi, acconciarsi i capelli e portare gonne corte e tacchi alti, in modo che imparino ad essere donne degne di tale nome.

Il consenso (senza contare il livello di crudeltà) è ovviamente la discriminante tra queste pratiche e l’attività invece proposta da Namastè. Questo tipo di laboratorio può portare qualcuna a sentirsi più bella, più a proprio agio e ad essere felice di una nuova e più curata immagine di sé. In fin dei conti, nessuno vieta che i desideri del singolo possano coincidere con il modello socialmente più accettato.

Eppure fino a che punto possiamo davvero scegliere? Ci si potrebbe lambiccare il cervello per ore su come sia possibile che una donna (che sia portatrice o meno di disabilità) associ il trucco all’idea di una femminilità completa. Forse sarebbe opportuno osservare come questo stereotipo sia silenziosamente (ma non troppo) imposto da una società che propone in prevalenza un certo tipo di modello femminile.

Avere consapevolezza di certi meccanismi non significa necessariamente essere sciatta, ma esigere di poter scegliere per il proprio corpo ed essere comunque socialmente accettate. Anche perché, diciamocelo, nessuno ci ripaga di tutte le ore di sonno che perdiamo (circa una ogni mattina) per riuscire a metterci il correttore con la cazzuola prima di uscire, soprattutto quando, in un certo periodo del mese, si hanno i brufoli a costellazione di pegaso. È ognuna di noi a scegliere se valga la pena di farlo (magari per passione) o meno.

Insomma, la morale della storia è sempre quella: Liù o Turandot? Moira Orfei o Frida Kahlo? Non importa cosa io scelga, ma non accetto che nessun altro risponda al posto mio.

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