Così parlò Zarathustra

di Matteo Rizzi

«Quando mi chiedono cosa mi renda felice mi viene in mente subito il Guglielmo. Guglielmo è mio amico. Insieme a lui farei e faccio tantissime cose. Il bello di un amico è che sei tu a sceglierlo, e diventa come una sorta di fratello che ti dà la forza di andare avanti nei momenti difficili. Nessuno potrebbe vivere senza un amico. Solo uno psicopatico. Non sono mai riuscito ad avere molte amiche femmine, perché subentrano tante cose, dall’affettività alla gelosia, all’innamoramento. Ma mi piacerebbe tantissimo. Capita, spesso, di sentirsi soli. In quei momenti senti il bisogno di avere qualcuno accanto, che ti faccia ridere, o anche solo sorridere, che ti faccia sentire bene, una persona con cui fare cavolate, con cui ridere insieme anche per delle sciocchezze. Non esiste nulla di più importante.» (Dal De Amicitia di Nicola di Namastè)

COMMENTO AL TESTO DELL’AUTOREVOLE PSICOLOGO, NONCHÈ POETA LAUREATO E POST-TEOLOGO POST-INDUSTRIALE FRANCO-TEDESCO DOTT. THEO ROISSON

Parafrasi per sani di mente: “Poscia che interrogato fui circa allo secolar problema de cosa Felicità en vita mia trarmi puote, en la insana mente mea venommi a trovar Guglielmo subitamente. Guglielmo è delli amici mei lo più caro. A lui giunto farìa, e fò, di gran copia attivitade. Lo bello de uno amico è lo puoterlo elegere (nel senso del tedesco https://de.bab.la/woerterbuch/deutsch-italienisch/erwaehlen, n.b.), et divenir puote al pari de frate tuo, che forza te dà de andar avanti nei momenti de difficultade. Niuno potrìa vita al fin tradurre sine amicitia. Meine ich, fuor de ammorbato en la mente.Mai en vita mea capace fui de amicarmi gran copia de la gentil specie, per che gran impiccio subentra, ad es. ardore, gelosia, invischiamento nei lacci de amor et laude. Sed, lo cor mio molto lieto sarìa de un similiar hesito. Sempre gran solitudine me tormenta. En el tempo de la solitudine lo cor meo sente la necessitade de uomo incontrar, che meco lieto sia, che felicitade seco porti, che birbonerie facere voglia. En la vita nulla esiste, che più importante sia.

Commento: Siamo qui di fronte al delirio di un uomo chiaramente malato, che con un linguaggio reso incomprensibile dai chiari limiti che la sua condizione impone, tenta di spiegare a un interlocutore (si presume un curatore o qualcuno che cerca di avviare una terapia, forse sperimentale, con lui) cosa siano per lui l’amicizia e la felicità. Risulta evidente quanto i concetti siano per lui nebbiosi, vaghi, intangibili, ben lungi dall’essere compresi nel loro insieme e dall’essere dominati dalla sua mente limitata. Lo si evince del resto già dal disperato tentativo di concretizzazione dell’astratto all’esordio del testo: «Quando mi chiedono cosa mi renda felice mi viene subito in mente il Guglielmo» (si intende quindi che in questo fantomatico Guglielmo, probabilmente una sorta di allegoria del morbo che permette al malato di avere numerosissimi amici immaginari, abbia al contempo fine e inizio, come in un cerchio simmetrico in cui ogni punto è origine, tutto ciò che al massimo dello sforzo mentale può essere per il matto l’amicizia). Notare poi quando limita alla psicopatia l’impossibilità di condurre una vita ascetica priva di amicizie, lui che psicopatico paradossalmente è, non essendo in grado di cogliere l’inconsistenza di Guglielmo. Del resto non dobbiamo dare peso a parole che provengono dalla bocca di un malato, con una limitata proprietà di linguaggio, che vive in una dimensione che è altro dalla vita, e di conseguenza altro da sé. Interessante l’epifania delle righe conclusive, quando in un momento rivelatore della sua solitudine si rende conto dell’assenza di concretezza nel suo affidamento spirituale al nulla rappresentato da Guglielmo, l’amico immaginario. Qui il pazzo scrive: «In quei momenti senti il bisogno di avere qualcuno accanto». La solitudine tuttavia non deve essere un problema per un malato: emarginato dalla società per ovvi motivi, può affidarsi anima e corpo al nulla, credendolo universale, consacrando la sua (sacrificabile e sacrificata) esistenza alla consolazione dell’immaginazione che è al contempo morbo e cura, condanna ed espiazione, colpa e pena. Iconica infine la conclusione, in cui è bene riportare integralmente l’importante lezione di J. K. Bowling, che nella trasposizione cinematografica di un suo saggio del 1997 (Harry De Luca e la Pietra Teologale) scriveva: «Quello che conta davvero è l’amicizia. E il coraggio». Ecco cosa intende il malato con questa iconica e tranciante conclusione: nei pochi momenti di lucidità anche il matto è consapevole delle priorità di una vita regolare. Ecco perché risulta ancora più evidente il dramma di un uomo-non-uomo soggiogato dalla sua inadeguatezza nella dimensione del vano tentativo: tentativo di raggiungere qualcosa che non esiste, non per lui.

Siamo fortunati noi, che abbiamo ben chiaro cosa siano la felicità e l’amicizia, e cioè…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...