Sinfonie di lamiera

di Matteo Rizzi

Robot, androidi, umanoidi, creature artificiali che improvvisamente si alzano in piedi e cominciano a ballare, come in un vecchio spot di una celebre automobile francese: la storia della musica non sarebbe la stessa senza di loro, soprattutto a partire da quegli anni ’80 quando i sintetizzatori hanno iniziato ad invadere ogni frequenza, dalle radio libere alle reti Rai.

E molto probabilmente il titolo di “miglior robot della storia della musica” se lo contendono i Kraftwerk, con Die Mensch Maschine (album del 1978 uscito in versione tedesca e in versione inglese, The man machine), e i Radiohead, sia con il celeberrimo singolo Paranoid Android di Ok Computer (1997) sia con Kid-A (2000), mostruoso, inquietante, a tratti post apocalittico capolavoro con cui la band più geniale del mainstream contemporaneo ha salutato il nuovo millennio, spiazzando qualsiasi aspettativa.

I robot dei Kraftwerk, quando alla fine degli anni ’70 ci scandivano quel “Wir Sind Die Roboter” (“Noi siamo i robot”), hanno un’aria vagamente sovietica. Sono quel tipo di robot che per qualche associazione di idee ha quell’odore di guerra fredda, di avanguardia scientifica, di sperimentalismo. E ancora, odore di catena di montaggio, di fabbrica, di lamiera, di Nintendo e di elettromeccanica. Odore di Kraftwerk, di centrale elettrica. Suoni martellanti, drum machine “dritta dritta” nelle orecchie che opprime e scandisce, dando la sensazione di un cronotopo dominato dall’angoscia.

Senza cadere in banali questioni linguistiche e testuali, bisogna dire che la versione tedesca dell’album ha qualcosa in più di quella inglese. Non si tratta di cattive traduzioni: semplicemente, come il latino era la lingua delle laudes, il provenzale la lingua dei trovatori, l’italiano la lingua del melodramma, l’inglese la lingua del rock, il tedesco è la lingua che più sa valorizzare e che più è valorizzata dalla musica elettronica. Ve la immaginate Technologic dei Daft Punk in tedesco?

Prima ho accennato all’androide paranoico dei Radiohead. In questo caso ci troviamo in un contesto diverso: gli ultimi anni di quel millennio in cui si è passati dalla rotazione biennale al trionfo dell’industria e dei servizi, da una vita in funzione dell’eterno e collettivo disegno divino a una caotica miscela di hic et nunc individuali e intimamente speciali, warholiani e, di fatto, insignificanti e pretenziosi. E in questa alienante modernità, in questo giardino d’Armida del progresso, i Radiohead catapultano il loro androide paranoico. Un momento bellissimo di Ok Computer: un flusso di coscienza musicale raffinato e sottile, curato in ogni minimo dettaglio, con un arpeggio di introduzione che assembla frequenze inaspettate, cambi di tempo e approdi ai cari vecchi tempi dispari che hanno fatto la fortuna del prog anni ’70, con una sapiente alternanza di dolcezza e cattiveria cacofonica e quasi fastidiosa. Il tutto in un album colto, raffinato, sontuoso e, in fondo, consapevolmente pop.

Kid A, infine, è semplicemente Kid A. Kid A è una delle dieci esperienze da fare prima di morire. Kid A è quanto di più difficile esista da far digerire a un orecchio, anche allenato. Kid A è barocco estremo; o meglio, quel barocco minimalista quasi impenetrabile che obbliga a un vero e proprio esercizio di ascolto. Kid A è il primo prototipo di un esperimento: il “Ragazzo A”, il primo. Kid A è un umanoide che, attaccato a dei tubi e immerso nel liquido amniotico, prende vita nel cuore della notte e inizia a sfiorare quel suo corpo che mai prima aveva conosciuto. Kid A è fascino e angoscia. E i Radiohead sono una band enorme.

Questi sono alcuni fra i più celebri robot della storia recente della musica: pur nelle loro diversità, appaiono sicuramente più simili a Frankestein che a Emilio. E poi c’è lui, il re dell’electro-disco italiana anni ’80. Lui, l’arlecchino della musica italiana. Se volete un Emilio, se quelli sono i vostri robot, allora nessuno meglio di Alberto Camerini può indicarvi la via maestra: “c’è questo tipo strano / vedrai ti piacerà / lui suona la chitarra in una rock and roll band (…)”.

Rock’n’Roll Robot: ed è subito trash party.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...