La scienza di Facebook

di Francesco Marinoni

Recentemente sulla mia bacheca di Facebook mi è capitato di imbattermi in un articolo che riguardava la Flat Earth Society. Per chi non lo sapesse, si tratta di un gruppo di ricerca che raccoglie presunte prove e documentazioni tese a sostenere che la Terra sia piatta. Più che l’esistenza della società stessa, che mi ha sorpreso relativamente, quello che non mi sarei mai aspettato è la diffusione che le idee di questa comunità pseudoscientifica hanno avuto (fra i nomi di personaggi pubblici citati nell’articolo, apparentemente convinti di vivere su una pizza, c’erano persino alcuni famosi giocatori di NBA). Come è possibile che ancora oggi, dopo anni e anni di esperimenti ed evidenze inconfutabili, esista ancora chi mette in dubbio una verità di questa portata, avendo tutti gli strumenti per potersene rendere conto anche da soli, semplicemente documentandosi? Ma soprattutto, che ruolo ha internet in tutto questo?

Bisogna intanto chiarire che la Flat Earth Society, così come altre teorie più o meno stravaganti, non sono novità del nostro tempo ma esistono già da un po’.

La fondamentale differenza è che oggi queste idee possono essere lette, scritte e diffuse (esattamente come ogni altra pubblicazione scientifica) da chiunque, il che permette loro di ottenere una visibilità decisamente maggiore. L’inevitabile scalpore che generano non fa che amplificare questo effetto, traducendosi in una sorta di pubblicità indiretta, e questo purtroppo permette a molti creduloni di farsi facilmente incantare e convincere da teorie che non hanno alcuna validità scientifica.

Il problema è che questa anti-scienza non si limita solo a idee tutto sommato innocue e quasi simpatiche come quelle dei terrapiattisti, ma è fortemente diffusa anche in ambiti delicati, come per esempio la medicina. Le varie cure miracolose trovate online sul sito del santone di turno sono oggi raggiungibili da chiunque possieda uno smartphone, generando illusioni di guarigione e false speranze (se non addirittura danni fisici) in chi cade nella trappola. Lo stesso vale per gran parte della propaganda anti-vaccini, che si basa nella maggior parte dei casi su bufale, dati distorti o decontestualizzati e autorità discutibili.

Ad aggravare ulteriormente questa situazione si è aggiunta poi la tendenza di alcune fazioni politiche a cavalcare questa cosiddetta “contro-informazione”, spacciandola come verità semplicemente in quanto non diffusa dai canali d’informazione istituzionali. In questo modo il non sapere risulta più accattivante e convincente del sapere, non tanto per le argomentazioni che lo sostengono (che sono quasi sempre nulle o facilmente smontabili) ma semplicemente perché è “quello che il telegiornale non ti dirà”.

Ed è proprio per questo motivo che diventa molto difficile arginare questo crescente fenomeno di antiscienza e disinformazione: l’interlocutore non cerca una spiegazione, lui è già convinto di quello che crede sia la verità e qualsiasi tentativo di dimostrare il contrario rischia di rafforzare ulteriormente la sua convinzione. Il caso del dottor Burioni (un medico che ha scelto di sfruttare la sua pagina Facebook per provare a smontare molte bufale che circolano sul web) è emblematico: nel momento in cui si è schierato a favore del decreto Lorenzin sulle vaccinazioni in quanto medico, la principale accusa che gli è stata rivolta è di essere un servo del governo, un amico dei potenti, mentre nessuno ha provato a confutare le sue argomentazioni.

“La scienza non è democratica”, urla Burioni, ed ha ragione; tuttavia, allo stato attuale delle cose, non si può pensare di condurre questa battaglia a difesa della scienza con le urla: l’epilogo è scontato. La scienza deve essere vista innanzitutto come un qualcosa di tutti, perché viviamo in una società che si fonda in buona parte anche su di essa: è vero che non tutti siamo scienziati, ma è anche vero che se si continua a mostrare il pensiero scientifico con superiorità e prepotenza si fa il gioco dell’avversario. C’è bisogno di una nuova cultura, che a partire dalla scuola avvicini al pensiero scientifico e lo mostri nella sua particolare bellezza: come diceva Einstein: «L’intera scienza non è che un affinamento del pensiero quotidiano».

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